Economia

Il ministro del governo Conte spiega perché non si applica il programma del governo Conte

Giuseppe Tria nell’intervista rilasciata al Corriere ha voluto rassicurare tutti. Ma ha ottenuto l’effetto di far preoccupare chi ha creduto alle promesse più estreme del governo del cambiamento

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L’intervista rilasciata ieri da Giovanni Tria al Corriere della Sera ha gettato nello sconforto più profondo i sostenitori del governo Lega-MoVimento 5 Stelle. Il ministro dell’Economia scelto da Matteo Salvini e Luigi Di Maio ha voluto rassicurare tutti. Ma ha ottenuto l’effetto di far preoccupare chi ha creduto alle promesse più estreme del governo del cambiamento. Un intervento apparso in continuità con il passato su euro e debito, attento alla sostenibilità degli interventi sulle pensioni, “materia su cui non si improvvisa”, e poco propenso a ricorrere ad un aumento del deficit per rilanciare la crescita. Le opposizioni leggono nell’intervista molti distinguo. “O il ministro dell’Economia non ha letto il contratto di governo o forse lo ha letto e non ne ha condiviso una sola parola”, sintetizza l’ex ministro Sandro Gozi (Pd). “Tria ha raccontato un altro spartito”, chiosa Osvaldo Napoli di Forza Italia.

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La chiave per leggere l’intervista di Tria è la necessità di mandare messaggi tranquillizzanti ai mercati. “I fondamentali della nostra economia sono a posto”, premette prima di parlare dell’euro. ”La posizione del governo è netta e unanime – spiega – Non è in discussione alcun proposito di uscire dall’euro” e nemmeno che si “materializzino condizioni di mercato che spingano all’uscita”, su cui – dice – “ho la responsabilità che non avvengano”. Gli articoli sui fondi che hanno speculato sui titoli di Stato dopo le prime notizie sulle bozze del contratto devono aver preoccupato il ministro. Anche perché le “short selling” allo “scoperto” sono regolate da una direttiva europea che impone limiti solo quando si supera il 5% del valore del titolo, una soglia impossibile da superare quando si parla di titoli di Stato. Al MEF, nei palazzoni di via XX settembre, si è al lavoro per una ricognizione sulle coperture e sul gettito delle singole misure del “Contratto”. Il punto sarà fatto martedì a Palazzo Chigi con Conti, Salvini e Di Maio. Per ora Tria è cauto. Rinvia a settembre alla nota di aggiornamento del Def, la cui preparazione “seguirà ad un dialogo costante con la Commissione Ue”. “Credo che la nostra legislazione pensionistica possa essere migliorata – è la frase chiave sulle pensioni – ma lo si farà con attenzione alla sostenibilità”

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Niente cifre poi sulla pace fiscale, la sanatoria sulle liti tributarie, che il leghista Armando Siri, stretto consigliere di Salvini ritiene potrebbe dare 35 e 25 miliardi in due anni successivi e che alcune indiscrezioni ritengono, invece, non possa superare i 20 miliardi. Il ministro dell’economia non parla mai di ”narrow patch”, il sentiero stretto del suo predecessore Carlo Padoan, ma conferma l’obiettivo di ridurre il debito nel 2018 e nel 2019 (“per quest’anno tutto è determinato e presidierò perché nulla cambi”) e dice espressamente: “non puntiamo al rilancio della crescita tramite deficit spending”.

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E questo non può che far arrabbiare i sostenitori del governo Conte e far esultare gli account satirici su Twitter: “In pratica significa che non si faranno né flat tax, né riforma della Fornero, né reddito di cittadinanza”, si scrive sul social network dove in molti sono arrabbiati perché la scusa dei “governi precedenti” non è stata utilizzata mentre, come insegna l’esperienza romana, la palla di solito regge un paio d’anni.

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Tria ha chiuso anche ai minibot, “creatura” di Claudio Borghi, deputato leghista tra gli alfieri dell’uscita dall’euro. E il silenzio dei leghisti e dei grillini eletti sull’intervista del ministro pare abbastanza eloquente.

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