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Giuseppe Conte torna al Senato per una nuova lezione di democrazia a Salvini

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Dopo il voto di ieri alla Camera che con 343 sì e 263 no ha dato la fiducia al nuovo Governo giallorosso oggi Conte fa il bis a Palazzo Madama dove i numeri della maggioranza sono molto più incerti. Il 5 giugno del 2018, quando venne varato il primo governo Conte, Lega e MoVimento 5 Stelle portarono a casa la fiducia con 171 sì, 25 astenuti e 117 contrari. In teoria al Senato la maggioranza è leggermente più risicata: i voti a favore dovrebbero essere 168.

La replica di Giuseppe Conte al Senato

I senatori Gianluigi Paragone (M5S) e Matteo Richetti (PD) hanno annunciato che non voteranno la fiducia a Conte. Se Paragone non voterà la fiducia sarà automaticamente fuori dal partito. I voti a favore da parte del MoVimento dovrebbero essere 106, 50 quelli dei Dem, ai quali vanno aggiunti i 4 di LeU, quelli di quattro fuoriusciti dal M5S (Nugnes, De Falco, Buccarella e De Bonis), 3 del gruppo delle Autonomie e 5 del Gruppo Misto. Ci sono poi i voti dei senatori a vita, quello di Emma Bonino (in teoria +Eu ha deciso di votare contro ma alla Camera le cose sono andate diversamente) e di altri fuoriusciti pentastellati. Dopo un’intensa giornata di dibattito il premier prende la parola in Aula poco dopo le 16.

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Il premier inizia ricordando il «genetliaco della senatrice Segre» e ricordando che il suo governo si farà «garante di un linguaggio più consono e rispettoso» con particolare attenzione all’hate speech. Che durante il suo precedente mandato tante soddisfazioni al suo ex vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Prendendo spunto dalla nomina di Paolo Gentiloni alla Commissione Europea ha colto la palla al balzo per chiedere maggiori investimenti europei, in Italia ma anche in Africa, un territorio «ferace di prospettive». Al premier oggi piace fare sfoggio del suo stile da principe del foro (se l’è presa con le logomachie politiche) e delle sue competenze in ambito di diritto parlamentare e costituzionale bacchettando per l’ennesima volta, come già aveva fatto il 20 agosto, colui che da Ministro dell’Interno ha voluto aprire una crisi di governo per «concentrare arbitrariamente nelle sue mani tutti i poteri, pieni poteri». Ma, continua Conte, «se questo era lo schema, è comprensibile che tutti coloro che lo hanno ostacolato, pur nel rispetto della Costituzione e senso della responsabilità, ecco che tutti costoro siano diventati nemici», non avversari, sottolinea. Sembra di risentire l’eco delle prime parole che Conte pronunciò a Palazzo Madama il 9 giugno del 2018 quando dichiarò che «il ruolo e l’autorevolezza di Governo e Parlamento non possono basarsi esclusivamente sugli altissimi compiti che ad essi assegna la nostra Carta fondamentale. Vanno conquistati giorno dopo giorno, operando con disciplina e onore, mettendo da parte le convenienze personali e dimostrando di meritare tali gravose responsabilità». Ma quello era un governo fieramente sovranista e populista.

Il nuovo attacco di Conte all’ex vice Salvini

Il Presidente del Consiglio ha continuato ad attaccare frontalmente Salvini, il suo bersaglio preferito dal 20 agosto: «assegnare ad altri le proprie colpe è il più limpido e lineare percorso per rimanere deresponsabilizzati a vita. Per non confrontarsi con le conseguenze delle proprie decisioni». Un modo, sostiene il premier, per mantenere la propria leadership. Altra stoccata sul concetto di “dignità”, che è stata strillata spesso oggi in Aula dai senatori della Lega: «la dignità per quanto riguarda il Presidente del Consiglio non possono essere riconosciute o meno dal fatto che lavori al vostro fianco. Ero l’alfiere degli interessi nazionali fino a ieri, e oggi scopro che non lo sono mai stato».

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Conte se la prende con i voltafaccia che ci sono stati in queste settimane, ma dimentica che proprio lui ha tenuto il bordone a quelli che lo accusano di non avere dignità e onore per aver dato vita ad un nuovo governo. Per la seconda volta il Presidente del Consiglio nel riconoscere le colpe altrui, che pure ci sono state ed è evidente, non fa alcun accenno rispetto alle sue responsabilità in quanto è successo in questi ultimi 14 mesi. Al punto che viene il dubbio: ma c’era? E se c’era, dov’era? Rispondendo a Salvini che durante il suo intervento ha detto che il governo dovrebbe “pretendere chiarezza su Bibbiano” ha ricordato che il governo non si sovrappone alle inchieste in corso, scatenando le urla dei leghisti che hanno intonato lo squallido coretto “Bibbiano-Bibbiano”. Dopo quattordici mesi Conte scopre che è meglio «non concentrarsi sullo slogan “porti aperti” o “porti chiusi”» ma che si lavorerà sul piano multi-livello (quello che ha presentato in Europa l’anno scorso ma che non è ancora partito) e alla modifica del Regolamento di Dublino. Riguardo ai Decreti Sicurezza Conte ribadisce che accoglierà i rilievi del Presidente della Repubblica dichiarando che «è sacrosanto il principio della proporzionalità tra condotta e azione». Ma quei Decreti quale Presidente del Consiglio li ha approvati?

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