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L’innovativa strategia di Giuseppe Conte sui migranti non è poi così nuova

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Presentata con grande enfasi qualche giorno fa al vertice informale di Bruxelles sulle migrazioni la European Multilevel Strategy for Migration di Giuseppe Conte. Del resto i dieci punti della proposta avanzata dall’Italia, che il presidente del Consiglio ha definito «nuovo paradigma di risoluzione dei problemi» spiegando che si tratta di un «radicale cambio di approccio sul tema» non rappresentano una soluzione immediata al problema delle migrazioni.

Perché la multilevel strategy di Conte è un documento che nasce vecchio

Anche perché di fatto quei dieci punti tratta di argomenti e di proposte che sono già state presentate negli ultimi tempi. Una su tutte quella di rivedere il regolamento di Dublino abolendo il criterio che sia il paese di primo approdo ad occuparsi dell’esame delle richieste d’asilo (come già chiesto dal Parlamento Europeo) e di introdurre un meccanismo che distingua tra porto sicuro di sbarco e lo Stato competente ad esaminare richieste di asilo; in pratica  una redistribuzione dei richiedenti asilo e non più di chi lo status di rifugiato lo ha già ottenuto. Anche questa una cosa che fa parte della proposta di modifica avanzata dall’Europarlamento.

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Ma c’è di più, perché in buona sostanza la strategia italiana assomiglia molto, pure troppo, alla risoluzione del Parlamento europeo del 12 aprile 2016 sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione. Questo non significa certo che il presidente del Consiglio – o chi per lui – ha copiato quello che già era stato ampiamente discusso in sede europea. Significa solo che la proposta italiana sull’immigrazione non aggiunge nulla di nuovo.

Tutte le parti che il governo ha “copiato” dalla risoluzione dell’Europarlamento del 2016

Leggendo il testo della risoluzione del Parlamento Europeo di due anni fa troviamo ad esempio lodi alle missioni europee di controllo sulle frontiere esterne e affermato il principio della solidarietà ed equa ripartizione della responsabilità «compresi gli obblighi di ricerca e soccorso». Il documento faceva notare che, al 3 marzo 2016 «dei 39 600 richiedenti asilo ospitati nelle strutture di accoglienza italiane in attesa di essere assegnati ad altri Stati membri, ne sono stati effettivamente ricollocati soltanto 338, mentre in Grecia sono stati 322 i ricollocamenti effettuati sui 66 400 previsti». Qualcosa su questo versante poi ha iniziato a muoversi, anche se come è noto diversi paesi – principalmente quelli del gruppo di Visegrad – si sono sempre rifiutati di farsi carico dei rifugiati.

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Inoltre già nel 2016 l’Europarlamento esprimeva la sua preoccupazione per il fatto che gli Stati membri di primo arrivo (ovvero Italia, Grecia e in misura minore Spagna) dovevano farsi carico di «trattare le domande di protezione internazionale più complesse (e i ricorsi più complessi), organizzare periodi di accoglienza più lunghi, nonché coordinare i rimpatri delle persone cui alla fine non sarà riconosciuto il diritto alla protezione internazionale» ribadendo che una nuova modalità di gestione del sistema avrebbe dovuto basarsi su un’equa ripartizione delle responsabilità a livello europeo e contemplando la possibilità di creare «un certo numero di punti di crisi (“hotspot”), a partire dai quali dovrebbe aver luogo la distribuzione nell’Unione».

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La risoluzione affronta, così come la strategy italiana, il tema dei movimenti secondari dei richiedenti asilo attraverso l’Unione. Ma soprattutto indicava nella creazione di una raccolta centralizzata a livello europeo delle domande d’asilo come una delle possibili soluzioni al problema; considerando – si legge – «ciascun richiedente asilo come una persona che cerca asilo nell’Unione, vista come un tutto unico, e non in un singolo Stato membro». Nella sua proposta Conte scrive che «chi sbarca in Italia, sbarca in Europa». E non finisce qui, perché la risoluzione del 2016 (un testo molto lungo e articolato) parla anche della necessità di rafforzare la cooperazione con i paesi terzi (di origine e di transito), sia per i rimpatri sia al fine di adottare una strategia di lungo periodo «per contribuire a contrastare i “fattori di spinta” che costringono le persone a mettersi nelle mani delle reti criminali di trafficanti, che vedono come l’unica possibilità per raggiungere l’Unione». Nella proposta italiana si legge che l’UE deve combattere le organizzazioni criminali che alimentano false illusioni nei migranti. Nella risoluzione del 2016 si raccomanda la creazione di campagne di sensibilizzazione sui pericoli del viaggio e sui criteri di protezione umanitaria in modo da scoraggiare le partenze dei migranti. Infine la risoluzione sottolinea che l’Unione dovrà definire regole più generali in materia di ingresso e soggiorno di cittadini di paesi terzi in cerca di occupazione al suo interno ( i cosiddetti migranti economici), nell’ottica di superare le lacune individuate nel mercato del lavoro dell’Unione. Al punto 12 Conte scrive: «ogni Stato stabilisce quote di ingresso dei migranti economici». Questo rappresenta invece un passo indietro rispetto a quanto già detto due anni fa in materia di immigrazione.

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