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Flat Tax, Iva, Accise: tutte le promesse che Salvini non deve più mantenere se si va al voto

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Se si va al voto a stretto giro di posta Matteo Salvini può tirare un – momentaneo – sospiro di sollievo: fino a qualche tempo fa in copertina sulla sua pagina facebook faceva capolino la meravigliosa promessa della flat tax al 15% ma da un po’ è scomparsa, sostituita da un video sull’Italia dei sì con il ministro (dell’Interno) operaio che indossa anche il caschetto dei lavori, come faceva il buon Silvio tempo fa.

Flat Tax, Iva, Accise: tutte le promesse che Salvini non deve più mantenere se si va al voto

E in effetti la promessa della flat tax al 15% era una sciocchezza improponibile: a certificarlo era il semplice fatto che i suoi luogotenenti in quel di via XX Settembre stavano immaginando soluzioni completamente diverse che prevedevano due o tre aliquote, l’impegno degli 80 euro a parziale copertura mentre lui rilanciava elettoralmente l’ipotesi di fare tutto in deficit, come se il suo stesso governo non si fosse impegnato appena un mese prima a mantenerlo sotto il 2% con Bruxelles. Ma ora il tempo della praticabilità dei piani è finita: non serve più cercare di immaginare come mantenere quello che si è promesso, ma ciò che più piace al politico: promettere. Il pezzo che a Salvini (come a Di Maio, che però non è più credibile) riesce meglio.

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Lo spread del governo Conte (La Stampa, 9 agosto 2019)

Il colpo di scena delle elezioni anticipate quindi in primo luogo risolve a Salvini un problema: quello di fare la Legge di Bilancio con il MoVimento 5 Stelle e Giovanni Tria – peraltro scelto da lui su consiglio di Paolo Savona – al ministero dell’Economia. E apre invece a scenari che non sono più un suo problema, come quello della manovra anticipata per lo stop agli aumenti dell’IVA.

Le clausole di salvaguardia dell’IVA: ora Salvini non deve più trovare 24 miliardi

Salvini non deve nemmeno mettere mano alla soluzione finale per le clausole IVA, pronte a scattare per la cifra-monstre di 24 miliardi in base agli impegni presi dal governo durante la trattativa con Bruxelles per l’ultima legge di bilancio. Anche qui si trattava di un bel guaio anche al netto dei risparmi su Quota 100 e reddito di cittadinanza che verranno sacrificati all’uopo, come da progetto di Tria: l’obiettivo, anche nel caso che in cassa rimanessero 5 miliardi, è ancora molto lontano. L’idea di mettere mano alle tax expeditures, che ha circolato per mesi negli ambienti del governo Conte dopo averlo fatto anche in altri esecutivi ma senza successo, è molto complicata tecnicamente e molto pericolosa elettoralmente, perché prevede di mettere le mani su quei meccanismi di detrazioni e deduzioni che il contribuente italiano ben conosceva e apprezzava – ma soprattutto, non è detto che nel cambio con l’ipotetica flat tax ci sarebbe andato a guadagnare.

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L’anticipo della manovra per evitare le clausole IVA (Il Messaggero, 9 agosto 2019)

Togliere invece le detrazioni e le deduzioni per non far scattare le clausole IVA invece è un suicidio elettorale perché sarebbe una mossa davvero impopolare. Ma adesso non è più un problema di Salvini farlo. Anche qui il Capitano si salva in corner con la fuga verso le urne. Grazie alle quali non dovrà nemmeno spiegare perché non ha mai tagliato le accise, oppure potrà scaricare la colpa sul M5S e chiedere una maggioranza chiara agli italiani per consentirgli di fare.

Il caso Savoini e i 49 milioni della Lega

C’è anche un’altra tesi – complottistica – che vede nella scelta di Salvini un modo per “salvarsi” dai possibili successi di Conte, che avrebbero allontanato l’ipotesi di elezioni nel 2020. Naturalmente si tratta di chiacchiere grilline che servono a spiegare ai propri attivisti e simpatizzanti le decisioni dell’alleato allo scopo di tamponare l’emorragia di voti che il M5S sta subendo. E che non si interromperà visto che Salvini scava proprio nello stesso bacino elettorale, avendo già svuotato i grillini della componente di destra e di estrema destra che ha consentito loro il successo elettorale del 4 marzo 2018.

 

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A urne chiuse però il problema si riproporrà. Nel senso che se davvero arriverà la grande vittoria elettorale che tutti profetizzano, allora poi non ci saranno più scuse per il Capitano: ci vorrà una manovra finanziaria monstre per mantenere le promesse. Oppure no. Nel senso che se davvero si andrà al voto tra ottobre e novembre sarà l’esercizio provvisorio a dare la possibilità al presidente del Consiglio Salvini di rimandare tutto alla fine del 2020. Il paradiso promesso. O magari perso per un soffio. O a rischio per colpa delle indagini dei magistrati. Chissà perché, sembra proprio un film già visto.

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