Economia

Una manovra anticipata per lo stop agli aumenti dell’IVA?

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L’ipotesi di una manovra anticipata per fermare le clausole di salvaguardia dell’IVA, che potrebbero scattare per un totale di 24 miliardi, è sul tavolo del governo, del Parlamento e del Quirinale. Si tratta di un tema economico prima che politico, e servirebbe anche ad andare a elezioni senza il rischio della corsa dello spread, che potrebbe anche azzoppare un cavallo fino a lasciarlo morente nel giorno dei risultati. Spiega oggi Il Messaggero che l’unico contenuto certo sarebbe la sterilizzazione degli aumenti dell’Iva previsti per il prossimo mese di gennaio. Una misura sulla quale sono tutti d’accordo, dalla Lega ai Cinque Stelle, passando per Forza Italia e Pd. Dal Tesoro si nutrono dubbi sulle reali volontà della politica, mentre i pentastellati guardano con timore al “cordone sanitario”: vuoi perché si punta a evitare a tutti i costi il ritorno alle urne, vuoi perché non dispiacerebbe – in caso di elezioni – imputare a Matteo Salvini l’innalzamento dell’imposta. Certo, anche azzerare l’aumento dal 22% al 25% e dal 10% al 13% delle aliquote Iva  non sarà una passeggiata. Come è noto il conto complessivo della sterilizzazione è di 24 miliardi di euro, ai quali andrebbero aggiunti almeno altri tre o quattro miliardi delle cosiddette «spese indifferibili», come il rifinanziamento delle missioni all’estero.

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L’anticipo della manovra per evitare le clausole IVA (Il Messaggero, 9 agosto 2019)

Dove verrebbero presi i soldi per l’azzeramento degli aumenti Iva?

Innanzitutto dai risparmi che continuano a registrarsi sulle due misure bandiera di Lega e M5S, Reddito di cittadinanza e Quota 100. Per l’anno in corso da questa voce potrebbero essere recuperati oltre 3 miliardi di euro, ai quali potrebbero aggiungersi un altro paio di miliardi sempre per questi provvedimenti nel 2020. Un altro pezzettino di 4-5 miliardi, potrebbe arrivare da un leggero incremento del deficit. Per il prossimo anno, senza far nulla, come ha ricordato l’Ufficio parlamentare di bilancio, il disavanzo pubblico, tenendo conto delle clausole, viaggia verso l’1,7%, persino meno dell’1,8% concordato con l’Europa.

Facendolo salire al 2% (allo stesso livello del 2019) si recupererebbero oltre 5 miliardi. Il resto dovrebbe tagliando la spesa. Proprio di questo, e prima che si profilasse la crisi, si è discusso 48 ore fa in un vertice al Mef con il ministro Giovanni Tria, il suo staff, i viceministri Laura Castelli e Massimo Garavaglia, e i sottosegretari Massimo Bitonci e Alessio Villarosa. I presenti hanno valutato tutte le ipotesi riguardanti la spending review e il taglio delle taxes expenditures. Su questo fronte c’è, in teoria, un monte di risorse da sforbiciare di 30 miliardi, in pratica l’ipotesi più percorribile è accorpare tutti gli sconti alle famiglie, sperando di recuperare almeno un miliardo. Sul versante della spesa corrente si è ipotizzato di ridurre fino a due punti il tendenziale, guardando soprattutto alla voce sanità.

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