Economia

La flat tax per le famiglie è come il taglio delle accise sulla benzina

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La flat tax per le famiglie è la proposta della Lega che serve a rispondere all’ansia di investimenti del ministro Tria. Via XX Settembre nei giorni scorsi ha fatto trapelare l’intenzione di stimolare l’economia attraverso gli investimenti e le agevolazioni fiscali. Ieri il Carroccio ha rilanciato – dalle colonne de La Stampa – la proposta di una flat tax al 15% fino a 80mila euro e una seconda aliquota al 20% per i redditi superiori agli 80 mila euro, avrebbe un costo di 59,3 miliardi di euro. Se invece la soglia delle aliquote fosse abbassata a 50mila euro – come proponeva ieri il leghista Armando Siri sulle pagine di questo giornale – il costo si aggirerebbe intorno ai 25 miliardi di euro.

La flat tax per le famiglie è come il taglio delle accise sulla benzina

Stiamo quindi parlando di una riforma dalla portata eccezionale anche in un paese che non deve fronteggiare 24 miliardi di clausole di salvaguardia entro nove mesi. E già questo fornisce l’esatta dimensione della credibilità della proposta, non a caso “ricicciata” mentre si avvicinano le elezioni europee e c’è bisogno di dare un segnale nel Documento Economico Finanziario.

E qui sta il punto della questione: l’idea è proseguire sulla strada già avviata quest’anno con le partite Iva, a cui è riservato un prelievo del 15% in caso di ricavi non superiori a 65 mila euro. La stessa aliquota sarebbe riservata alle famiglie con un reddito fino a 50 mila euro, mentre tutti gli altri continuerebbero ad essere sottoposti all’Irpef ordinaria. Resta da chiarire (ed è un punto rilevante anche ai fini del finanziamento dell’operazione) a quali delle attuali detrazioni, incluso eventualmente il bonus 80 euro, i nuclei interessati dovrebbero rinunciare.

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Flat tax per le famiglie: proposte Lega e M5S a confronto (La Stampa, 18 marzo 2019)

La progressività di questo nuovo meccanismo sarebbe assicurata, pur se in misura minore rispetto ad oggi, dall’applicazione di una deduzione per carichi familiari che avrebbe un effetto decrescente al crescere del reddito: dunque chi ha introiti più bassi dovrebbe conservare un relativo vantaggio. Uno dei problemi, segnalato da Luca Cifoni sul Messaggero, è che la proposta prevede che si sposti il carico fiscale dal singolo contribuente al nucleo familiare: una possibilità esclusa da una sentenza della Corte Costituzionale che risale al 1976.

I conti della Lega e la fantasia M5S al potere

Il MoVimento 5 Stelle dal canto suo boccia senza appello la proposta della Lega perché costa troppo ma ne tira in compenso fuori un’altra, illustrata da Federico Capurso sulla Stampa, che però avrebbe a sua volta costi esorbitanti:

Si può però semplificare, immaginando di sommare i redditi dei coniugi e di dividerli per il numero dei componenti della famiglia, applicando un coefficiente che aumenta tanto più è numeroso il nucleo familiare. Rispetto alla proposta leghista, gli scaglioni diventerebbero tre (e non più due), in modo da spalmare le spese per le casse dello Stato.

Si partirebbe con una “No tax area” da allargare dagli attuali 8 mila euro ad «almeno 9360 euro». Fino a raggiungere, quindi, l’asticella di un anno di reddito di cittadinanza. Il primo scaglione dovrebbe invece riguardare i redditi dai 9360 euro ai 25 mila euro, con un’aliquota tra il 24 e il 25%. Il successivo scaglione arriverebbe fino ai 100 mila euro, con un’aliquota al 38%, da alzare al 43% per i redditi superiori ai 100 mila euro.

I Cinque stelle ipotizzano di poter accorpare alcune voci di spesa ed eliminare delle detrazioni come quella per il familiare a carico (che verrebbe conteggiato già nel quoziente di base). Ma anche qui si rischiano costi simili a quelli della proposta “piccola” della Lega. Il punto però non è nemmeno questo.

Il punto è che Di Maio & Co. avevano assicurato durante la campagna elettorale che avrebbe coperto le loro proposte tagliando sprechi e spese improduttive, ma quando si è trattato di finanziare reddito di cittadinanza e quota 100 hanno deciso di fare più deficit, caricando così il costo delle loro promesse elettorali sulle generazioni successive.

Adesso entrambi tornano a promettere riforme epocali mentre dovrebbero stare a testa bassa a cacciare i 24 miliardi di clausole di salvaguardia perché è quello il primo problema da affrontare nel DEF. Il rischio è che ci si balocchi su proposte impossibili da realizzare fino ad urne chiuse, come ha fatto Salvini con la proposta del taglio delle accise, per poi trovarsi con il cerino acceso in mano e il ravanello che finisce nel solito posto. In quello del contribuente, per essere precisi.

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