Economia

Il piano di Tria per l’economia (e perché non funzionerà)

lettera tria ue deficit dpb - 5

C’è un piano di Tria per evitare la manovrina. E prevede uno stimolo all’economia secondo i principi cari al professore e ministro, ovvero gli investimenti e gli incentivi fiscali. Consegnato venerdì al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non prevede una manovra «bis», nonostante il peggioramento della congiuntura, ma un’azione articolata di rilancio. «Concordata a livello di governo e unitaria» spiegano al ministero di via XX settembre al Corriere della Sera.

Il piano di Tria per l’economia 

Tria non vuole chiudere i cordoni della borsa ma allentarli. La spesa per interessi va meglio del previsto, mentre i residui di spesa di Quota 100 e reddito di cittadinanza sembrano essere adeguati e si potrebbero usare risorse lì stanziate per altro. Ovvero: rifinanziare a giugno il fondo da 400 milioni per i piccoli comuni e un piano di incentivi fiscali alle imprese.

Poi ci sono gli appalti pubblici: qui l’idea è dirompente e ad alto rischio Corte dei Conti, perché il ministro vuole portare a 5 milioni di euro la soglia degli appalti che devono passare per gare in Italia. C’è il rischio concreto che una norma del genere diventi il grimaldello per far finire sotto inchiesta molti appalti in Italia, ma evidente a via XX Settembre pensano che il gioco valga la candela.

In gioco c’è poi il superammortamento per gli investimenti delle imprese e l’incentivo all’acquisto di beni strumentali che in teoria potrebbe portare benefici importanti alla produttività delle imprese. Per stimolare gli investimenti si parla di un credito di imposta su ricerca e sviluppo e un taglio al costo del lavoro con la riduzione dei premi degli infortuni Inail (il primo, “firmato” da Di Maio, porta risparmi medi per 16 euro annui).

Ma la maggioranza glielo lascerà fare?

Il piano prevede stanziamenti per il dissesto idrogeologico, un fondo di garanzia per l’acquisto della prima casa, agevolazioni fiscali per il rientro dei cervelli. Insieme, tutti questi provvedimenti dovrebbero fornire uno stimolo fiscale alla crescita che porterebbe a non chiudere il 2019 in recessione e a porre le basi per il grande lavoro che attende il governo a partire dal secondo semestre. Ovvero le clausole di salvaguardia.

E proprio in questo dettaglio potrebbe però nascondersi il diavolo. Perché è evidente ad oggi che chi non ha trovato le risorse per finanziare senza deficit le sue misure economiche nel 2018 difficilmente troverà quei soldi nel 2019. Ma d’altra parte l’aumento dell’IVA secondo Salvini e Di Maio deve essere per forza scongiurato perché si rifletterebbe in un incremento generalizzato dei prezzi che si ripercuoterebbe su tutte le famiglie, anche quelle degli elettori grillini e leghisti.

Per Tria invece non è un tabù spostare la tassazione dalla produzione al consumo e all’epoca in cui collaborava con Felli per la rubrica sul Foglio aveva parlato della possibilità di aumentare l’IVA per tagliare le tasse sul lavoro. Ad oggi la possibilità che riesca a convincere l’intera maggioranza su un passo del genere sono però scarse, se non nulle. Ecco perché tutti i risparmi indicati da Tria per varare le nuove misure potrebbero invece servire per raccattare i 24 miliardi scarsi che servono a disinnescare le clausole. Un bel piano, ma con scarse possibilità di realizzazione.

Leggi anche: I 59mila euro per le sedie spesi dal XV Municipio