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Luigi Di Maio, l’ultimo centurione M5S

Il vicepremier pubblica un messaggio in codice agli eletti del MoVimento 5 Stelle: se continuate a rompere le scatole al governo vi caccio. Ecco la lista dei “cattivi” che si sono azzardati a disturbare il manovratore

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Luigi Di Maio oggi ha smesso per un attimo i panni di bis-ministro e vicepresidente del consiglio per vestire quelli del condottiero (e un po’ Vicky di CasaPound) e richiamare i suoi alla compattezza. «Dobbiamo essere compatti. Molto compatti. Fusi insieme» ha scritto il Capo Politico del M5S per ricordare ad elettori ed eletti che «dalla compattezza del MoVimento dipende non solo il futuro del governo, ma anche quello del nostro Paese».  Per la concretezza (dell’azione di governo) invece c’è ancora tempo; vige ancora il motto lasciateli lavorare.

Di Maio, la testuggine e Wikipedia

Su Facebook e sul Blog delle Stelle Di Maio per meglio rendere l’idea della compattezza si è richiamato alla formazione della cosiddetta testuggine romana. Un’idea guarda caso già utilizzata proprio da CasaPound che nel simbolo ha proprio una tartaruga e che spiega così la sua scelta: «nella formazione romana chiamata appunto Testudo l’esercito di Roma dimostrò la sua grandezza conquistando il mondo allora conosciuto, dimostrando che la forza quando scaturita da un ordine verticale e da un principio  gerarchico è destinata a dominare le  barbarie, anche se in numero inferiore».

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Luigi Di Maio invece utilizza la metafora della testuggine romana spiegando che era «una formazione di fanteria dell’esercito romano che era di grande complessità perché richiedeva un importante coordinamento collettivo. Dava come risultato una massa compatta e protetta in modo impenetrabile e veniva usata in particolare durante gli assedi». Più di qualcuno ha notato che quella frase è copiata pari pari dalla voce su Wikipedia.

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Ma il messaggio che il Capo Politico del M5S vuole lanciare è un altro. La compattezza richiesta non è quella di elettori e attivisti sui social. La testuggine deve agire ed esistere soprattutto in Parlamento dove il tessuto del MoVimento sta iniziando lentamente a disgregarsi. Le prime crepe si erano già viste subito dopo la decisione di fare l’inciucio (termine ormai desueto) con la Lega.

La lista di proscrizione del MoVimento 5 Stelle

Di Maio sul Blog racconta che «nel giro di quattro mesi e mezzo abbiamo portato a casa metà del programma elettorale votato da un terzo degli italiani» ma la verità è che le promesse più importanti o non sono state mantenute (Ilva, TAP) oppure sono ancora di là da venire (per tacere dei riders dimenticati). C’è inoltre il piccolissimo problema dei condoni. Quello fiscale voluto dalla Lega e la sanatoria per le case abusive ad Ischia. Vogliamo parlare di impresentabili, indagati e massoni candidati ed eletti con il M5S nonostante tutte le rassicurazioni del caso? Meglio non farlo. E scusate se è poco.

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Luigi Di Maio quindi ha voluto lanciare un avvertimento ai suoi. Perché passino i complotti delle “manine” e quelli delle “mine” ma Luigi ha notato che nel suo esercito qualcuno ha iniziato a dare i primi segni di cedimento. La colpa è sicuramente degli altri – dei commissari europei, dello spread, delle agenzie di rating – ma se manca la compattezza nel MoVimento, il governo e il Paese andranno a rotoli. Perché per Di Maio il destino della Nazione è legato alla sopravvivenza di un partito gestito da un’associazione privata.

Chi sono i parlamentari a rischio espulsione?

Il Capo Politico non fa nomi, ma non bisogna cercare molto lontano per capire di chi sta parlando. Ci sono i due senatori Lello Ciampolillo e Saverio De Bonis e la deputata Sara Cunial che nei giorni scorsi sono intervenuti sulla vicenda del TAP chiedendo un passo indietro e dando la colpa al ministro Costa: «Sul Tap il ministro Costa sbaglia ancora. La mancata ottemperanza di varie prescrizioni risulta evidente. Confidiamo quindi nel lavoro della magistratura». Ieri De Bonis ha scritto su Facebook che sul TAP “anche Conte Sbaglia”.

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C’è poi il caso dei parlamentari fedeli a Roberto Fico. Il presidente della Camera in più di un’occasione si è trovato dall’altra parte della barricata rispetto a quella del governo, soprattutto sulla gestione dell’immigrazione e che anche nei giorni scorsi dopo la morte di Desirée Mariottini ha detto che «non ci vogliono le ruspe, ma più amore». Curiosamente anche Fico ha parlato di compattezza, ma ha preferito parlare di coesione sociale invece che ricorrere alla militarizzazione del linguaggio . Tra i cosiddetti fichiani c’è senza dubbio la senatrice Paola Nugnes – che fin dall’inizio non ha gradito l’alleanza con la Lega – e che oggi  lasciando l’aula della commissione Affari costituzionali del Senato dove si sta esaminando il Dl Sicurezza voluto da Salvini si è lamentata della mancanza di una vera sintesi tra i programmi di Lega e M5S e degli emendamenti presentati dal Governo spiegando che «non ci si può appellare al ‘contratto di governo’ per giustificare questo provvedimento, che si muove in una direzione che non va a rispondere alle premesse».

La rana bollita di Elena Fattori

Ancora più esplicita la senatrice Elena Fattori che sull’Huffington Post ha pubblicato una lunga riflessione sulla metafora della rana bollita, molto usata nei comizi da Alessandro Di Battista.

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La Fattori fa una parodia del comizio del Dibba dicendo che nonostante tutte le promesse di cambiamento oggi «abbiamo un presidente del Consiglio non eletto dal popolo a voi totalmente sconosciuto, come ministro dell’Interno Matteo Salvini, e un ministro della Famiglia “tradizionale” forse un po’ omofobo, ma pazienza. Poi diremo sì alla Tap, si all’Ilva, valuteremo costi/benefici per decidere sulla Tav e anche sul Ceta ci ragioneremo. Faremo un condono fiscale e uno edilizio. Ed eleggeremo come presidente del Senato una berlusconiana doc».

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Poco importa a questo punto che la Fattori abbia votato la fiducia al governo Conte e che non si sia dissociata dall’elezione della Casellati. Quello che conta è che elettori ed eletti del M5S stiano facendo la fine della rana bollita, costretti a turarsi il naso e a farsi andare giù il premier non eletto, l’inciucio con la Lega, il Sì alla TAP, la vendita dell’Ilva ad Arcelor Mittal, il condono fiscale, il condono edilizio e tutto quello che non era nel programma del M5S, quello che per Di Maio è già stato portato a casa per metà (cosa faranno nei prossimi quattro anni?). Per Luigi Di Maio i parlamentari che “remano contro” non sono solo pericolosi per il MoVimento ma anche per il Paese.  «Qualsiasi altro comportamento – conclude di Maio – non è da MoVimento 5 Stelle e non sarà assecondato». La resistenza è inutile saremo tutti assimilati nel governo del Cambiamento.

Leggi sull’argomento: Barbara Lezzi spiega che il TAP lo dovevano bloccare i governi precedenti