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I problemi del fantastico piano di Di Maio per i “rimpatri sicuri”

Dopo quattordici mesi di governo e fallimenti sull’imigrazione Di Maio si accorge che bisogna accelerare sui rimpatri e vara il suo Decreto Immigrazione per i #RimpatriSicuri, ma dimentica che per gestire i flussi migratori bisogna partire dal decreto flussi, ovvero garantire modalità di ingresso legale nel Paese

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Dopo aver varato ben due decreti sicurezza ed essere stato al governo per 14 mesi Luigi Di Maio ieri ha lanciato la proposta di un nuovo decreto immigrazione. La novità è che oggi Conte, Di Maio e Bonafede puntano non a respingere i migranti ma a rimandarli indietro da dove vengono. Il ministro degli Esteri lo ha annunciato ieri a Diritto e Rovescio, il programma di Paolo Del Debbio su Rete 4.

Anche Di Maio fa il suo decreto immigrazione

Già qualche giorno fa al Senato il ministro dell’Interno Lamorgese aveva sottolineato che quando Matteo Salvini era ministro i rimpatri non erano aumentati per niente. Ieri Di Maio – che era al governo con Salvini e che ha sempre sostenuto la linea dei porti chiusi assieme ai ministri Trenta, Toninelli e allo stesso Conte – si è accordo che il problema sono i rimpatri e ha affermato che «noi sui rimpatri siamo fermi all’anno zero». Non chiedetevi dove fosse Di Maio in questi ultimi quattordici mesi, probabilmente non saprebbe rispondervi nemmeno lui.

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Il piano del nuovo governo è quello che aveva annunciato il vecchio governo: lavorare agli accordi bilaterali sui rimpatri. Perché anche Salvini aveva annunciato nuovi accordi per i rimpatri ma all’epoca proprio la Tunisia, paese da dove partono molti barchini e con il quale abbiamo già un accordo, aveva detto di no. Andiamo a vedere la discontinuità del Conte 2. Di Maio dice che oggi firmerà un decreto «che ci permetterà in quattro mesi, non più in due anni, di capire per la maggior parte delle persone che arrivano se possono stare qui o devono essere rimpatriate». Grazie a questo provvedimento «se arrivano i barchini sulle nostre coste noi velocemente te li rimandiamo indietro». E Di Maio pensa proprio a paesi come la Tunisia promettendo di fare più in fretta: «acceleriamo facciamo un accordo più veloce».

Il piano “rimpatri sicuri” di Luigi Di Maio

Questa però non solo non è una novità. Sappiamo che la Tunisia ha già detto di no a procedure velocizzate per i rimpatri. A chiederle (e a prometterle agli italiani) era stato proprio l’ex ministro dell’Interno nel settembre del 2018. Ma per Tunisi gli unici accordi che valgono solo quelli che prevedono la possibilità di rimpatriare al massimo 80 persone con due voli charter due volte a settimana. Naturalmente per poter effettuare i rimpatri servono soldi, e quei soldi al momento sono pochi: il fondo rimpatri che può arrivare a 50 milioni di euro serve solo per sottoscrivere gli accordi e non per le spese per il viaggio di ritorno. Di Maio spera di riuscire a convincere paesi come il Marocco a ratificare accordi che già esistono.

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Per Di Maio la soluzione del “problema” dei migranti non si risolve dicendo «accogliamo tutti quanti venite tutti qui» ma è invece «che chi può stare qui va bene deve essere redistribuito negli altri paesi europei», gli altri invece devono andare a casa loro. Il punto però è che la bozza di accordo di redistribuzione firmato a Malta prevede il ricollocamento solo dei migranti che arrivano sulle imbarcazioni delle ONG o su altre navi che hanno compiuto un’operazione di salvataggio: tutti gli altri sono esclusi e devono quindi essere “rimpatriati”. Di Maio punta ad ampliare la lista dei paesi considerati sicuri in modo da poter diminuire quella dei richiedenti asilo. Ma non tutti i migranti che arrivano fanno richiesta di asilo e non tutte le richieste d’asilo vengono presentate da cittadini provenienti nella lista dei tredici paesi contenuta nel piano rimpatri sicuri.

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Se un paese è “sicuro” il migrante non può fare richiesta di asilo politico ma naturalmente non è l’unica ragione per cui si può richiedere la protezione internazionale. Perché  esempio a chi ha subito violenze domestiche, chi ha subito violenze durante il transito in Libia oppure a chi ha compiuto un significativo percorso di integrazione può fare la domanda, a prescindere dal fatto che provenga da un paese “sicuro”. E Di Maio al tempo stesso non sembra avere l’intenzione di correggere quella parte del decreto sicurezza che ha cancellato la protezione umanitaria. Anzi Di Maio ha specificato che il suo decreto non vuole porsi in contrasto con il Decreto Sicurezza.

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Questi paesi sono l’Algeria, il Marocco, la Tunisia, l’Albania, la Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, il Ghana, il Kossovo, la Macedonia del Nord, il Montengro, il Senegal, la Serbia e l’Ucraina. Ma questi paesi “sicuri” discriminano ad esempio le persone omosessuali e considerare l’Ucraina un paese sicuro forse è eccessivo. La Libia invece magicamente non viene più considerata un porto sicuro, come è giusto che sia. Chissà se ora questo costituirà un “pull factor” per le partenze dalla Libia (ed è curioso che Di Maio sia così preoccupato dei fattori di attrazione). Di Maio vuole mandare un messaggio: «guardate è inutile che venite se non avete i requisiti per la domanda d’asilo perché in maniera pacifica e in maniera democratica vi rimandiamo indietro». Ma come ha sottolineato oggi il capo della Polizia Franco Gabrielli «in Italia non esiste una modalità di accesso lecito e a questo bisogna metterci mano». Fino ad ora il Governo (sia il Conte 1 che il Conte 2) hanno lavorato unicamente sulla questione dei rimpatri e sulla riduzione delle partenze dalla Libia (che non è un paese sicuro). Ma per Gabrielli il tema dell’immigrazione «poggia su tre pilastri: la gestione dei flussi, i rimpatri e l’integrazione». Se davvero vogliamo risolvere il problema delle richieste d’asilo “non lecite” allora il Governo deve mettere mano al decreto flussi per consentire accessi e ingressi legali agli immigrati.

 

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