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Tutto quello che avreste voluto sapere sull’accordo di Malta sui migranti (ma non avete mai osato chiedere)

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È tutto nelle cinque pagine della Joint delcaration of intent on a controlled emergency procedure siglato a Malta il senso della bozza di accordo tra Francia, Germania, Italia e Malta. L’accordo prevede l’impegno volontario degli stati membri che lo hanno sottoscritto a dare vita ad un meccanismo di solidarietà temporaneo nella gestione dei migranti. Si tratta, come è specificato nel testo, di un meccanismo “pilota” con molti paletti.

Cosa c’è nella bozza dell’accordo di Malta sui migranti

Secondo Matteo Salvini si tratta di una fregatura, di una sòla, perché con questo accordo si aprono i porti (che non sono mai stati chiusi) e arriveranno più migranti. Ma l’accordo in realtà interviene proprio dove l’azione dell’ex ministro dell’Interno si era dimostrata più inefficace: la ripartizione dei migranti che arrivano a bordo delle navi delle ONG. Nei  quattordici mesi la soluzione escogitata dal governo è stata quella di “chiudere i porti” alle nave umanitarie. Una chiusura fittizia che è durata in modo variabile ore, giorni o settimane e che si è conclusa con lo sbarco delle persone a bordo. Nella maggior parte dei casi è avvenuto in Italia e la ripartizione, elemosinata di volta in volta con singoli accordi, non è stata molto efficace.

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Che l’accordo sia limitato unicamente ai migranti che arrivano a bordo delle navi delle ONG (quindi  una minima percentuale del totale degli sbarchi come ammette Salvini) però è una mezza verità. Perché nel testo della bozza non vengono menzionate esplicitamente le NGO. Si parla invece assicurare lo sbarco in un place of safety dei migranti «presi a bordo in alto mare» da non meglio specificate “imbarcazioni”. Questo senza dubbio esclude dall’accordo i migranti che arrivano a bordo di barchini e barconi (e che sono in ogni caso sempre arrivati) ma non limita il campo d’azione alle navi delle organizzazioni non governative. Anzi: in linea teorica dovrebbero essere compresi anche quelli tratti in salvo dalle navi della Guardia Costiera o della Marina Militare così come quelli salvati dai pescherecci o da altre imbarcazioni commerciali.

Il rischio di criminalizzare le ONG è dietro l’angolo

I paletti, dicevamo, ci sono e sono molti. A partire dall’approccio volontaristico e temporaneo alla questione della redistribuzione. L’accordo – si legge – sarà valido per un periodo non inferiore a sei mesi. Il rinnovo non sarà automatico ma soggetto ad un ulteriore accordo oppure potrebbe cessare «in caso di abuso da parte di terze parti». Nel preambolo poi si sottolinea come la normativa attualmente in vigore sia il Regolamento di Dublino ed infatti i contraenti si impegnano (tra le altre cose) a lavorare ad una riforma del sistema comunitario del diritto d’asilo e delle norme sulla ripartizione contenute nel Regolamento, che prevede appunto non una suddivisione su quote obbligatorie tra tutti gli stati membri ma un’adesione volontaria. Per forza di cose si tratta di una misura tampone che non è necessariamente una fregatura per l’Italia, per le ONG o per i migranti.

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Sotto certi aspetti era il meglio che si potesse fare nell’attuale situazione politica e tenuto conto di chi sono le parti in gioco. Giusto per fare una sintesi: in Italia il partito di maggioranza relativa è quello che fino a venti giorni fa controfirmava allegramente i divieti di accesso emanati da Salvini e il cui leader parlava delle ONG come taxi del mare. In Germania il ministro dell’Interno è quello che prima di scaricare brutalmente il leader della Lega ragionava su come bloccare i migranti (e al tempo stesso ce ne rimanda indietro a migliaia da Nord). La Francia come sappiamo bene si è resa protagonista di episodi di respingimento – e in alcuni casi è intervenuta direttamente sul nostro territorio nazionale – di migranti al confine. Malta da parte sua ha sempre tenuto un atteggiamento di chiusura sui migranti comportandosi in maniera non dissimile all’Italia quando ne ha avuto la possibilità. Bisogna essere realisti: questo è un accordo politico e per ottenere qualcosa di più è necessario prima un cambiamento politico interno (in Italia, in primis) e a livello europeo. Ma quel cambiamento non c’è, altrimenti tutti i 27 stati membri starebbero già lavorando ad una modifica del Regolamento di Dublino.

La questione dei “nuovi pull factors”

È vero che tra i tanti paletti molti riguardano proprio l’attività delle ONG che sono ancora nel mirino. Ad esempio nel preambolo al punto IV è scritto nero su bianco che i trafficanti abusano delle regole di ricerca e soccorso e della presenza di navi vicine alla loro area di operazione «per implementare il loro modello di business» e ancora più sotto al punto X si richiama al fatto che il favoreggiamento dell’immigrazione illegale è un reato che «mette a rischio le vite dei migranti» per cui «l’attività sistematica di facilitazione dell’immigrazione irregolare costituisce una particolare causa di preoccupazione». Queste parole non sono poi così diverse dalle accuse mosse in questi mesi alle ONG da Salvini, Di Maio, blogger e ricercatori “indipendenti” e anche molte procure italiane che hanno indagato (senza successo) le ONG proprio per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

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Ma le cose non stanno proprio così: le persone che vengono salvate dalle ONG arriverebbero comunque. Anzi, generalmente le loro vite – come hanno sottolineato le richieste di archiviazione dei PM – sono già a rischio e quindi l’intervento è più che legittimato dalle regole e dalle convenzioni internazionali. Dire che l’attività delle ONG mette a rischio le vite umane senza dire che quelle vite sono già a rischio è sbagliato.

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Il più contestato è ovviamente il punto sei della bozza di accordo, quello dove si conferma che questo nuovo meccanismo di ripartizione non nasce per creare nuove rotte migratorie verso l’Europa e non dovrebbe creare la nascita di nuovi pull factor ovvero fattori d’attrazione per la migrazione. Non si sta dicendo quindi che le ONG costituiscono un pull factor, non solo perché non è vero ma perché non sarebbero “nuovi” visto che operano già. Il nuovo pull-factor è semmai proprio l’accordo, la ripartizione dei migranti. Quel punto dovrebbe essere letto più come una rassicurazione per alcuni paesi (la Germania? la Francia?) che magari temono che salvare vite umane e un accordo di ripartizione possa spingere più persone a partire. Ed infatti successivamente si raccomanda di non ostacolare l’attività SAR della Guardia Costiera libica e ci si impegna a “potenziare” le capacità di intervento delle unità di guardia costiera dei paesi sulla sponda meridionale del Mediterraneo. Il che costituisce un ulteriore controsenso se si pensa che per l’Unione Europea la Libia non è un porto sicuro e quindi a rigor di logica riportare i migranti in Libia non equivale a sbarcarli in un place of safety. 

Si poteva fare di più? No

La domanda a questo punto è una sola: è un buon accordo o un cattivo accordo? Non è possibile rispondere ora perché bisogna prima vederlo alla prova nei fatti. Sulla carta è senza dubbio un piccolo passo avanti rispetto alle politiche salviniane. Ma non è una rivoluzione. Non si parla ad esempio di ripristinare missioni di ricerca e soccorso europee come era ad esempio Triton. Non si affronta il problema a livello europeo, ad esempio ci si limita ad una delle tante rotte migratorie che portano in Europa, che al momento è quella meno battuta. Mancano la Grecia, la Spagna e la rotta balcanica. Il che potrebbe costituire un problema in futuro quando si cercherà di allargare il numero di stati che compartecipano all’accordo.

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Credits: Matteo Villa Fonte: Twitter.com

Nel contempo non si può non prendere atto dello sforzo di agire al di fuori delle regole europee in nome di quella logica (corretta in linea di principio) che “chi sbarca in Italia sbarca in Europa”. Ma questo deve valere anche per chi sbarca in Grecia, in Spagna o arriva in Croazia e Slovenia. Per cambiare le cose però la strada è lunga: non basterà modificare il Regolamento di Dublino, servirà anche modificare i trattati europei che prevedono che la gestione dei flussi migratori sia di esclusiva competenza nazionale (è una delle poche materie  non comunitarie assieme alla difesa dei confini esterni). Un accordo del genere è impossibile da raggiungere in un mese (e non si sa quando, visto gli assetti politici all’Europarlamento) ed era necessario – per il nuovo governo ma anche per smettere di fare politica sulla pelle dei migranti – trovare con alcuni partner europei (due dei quali di peso) un accordo di minima. Quello siglato a Malta è un primo passo.

 

In copertina la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese con l’omologo maltese Michael Farrugia al vertice di Malta via Twitter.com

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