Economia

ATAC, cosa c'è dietro lo scontro tra M5S e Bruno Rota

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Mentre tutti i giornali danno il direttore generale di ATAC Bruno Rota in uscita oggi dall’azienda con un benservito furioso firmato da Virginia Raggi, è molto più interessante cercare di capire cosa c’è dietro lo scontro scoppiato ieri con le interviste al Corriere e al Fatto e le accuse di raccomandazioni fatte via Facebook al consigliere Enrico Stefàno.

Cosa c’è dietro lo scontro tra M5S e Bruno Rota

Nell’intervista di ieri Rota riservava parole al vetriolo ai sindacati tanto cari al M5S ma salvava in qualche modo la sindaca, che aveva avuto parole di incoraggiamento nei suoi confronti. Grattando la superficie si scopre che le cose non stanno proprio così. Il punto della vicenda è molto semplice: non appena si è reso conto del caos nei conti di ATAC il DG è andato da Virginia Raggi e le ha spiegato che l’unica via d’uscita per l’azienda era il concordato preventivo.

Il 28 giugno, a oltre due mesi dal suo arrivo, Rota ottiene finalmente i pieni poteri. Studiate le carte, si rende conto che la situazione è drammatica, peggiore del previsto. Il debito è catastrofico (la banca più esposta è di gran lunga Unicredit)e i fornitori non fanno più credito. Sono a rischio la manutenzione dei mezzi eg li stipendi dei lavoratori. Il mese scorso i soldi si trovano miracolosamente pochi minuti prima della scadenza. Questo mese gli stipendi vengono pagati solo perché il Comune anticipa i soldi del contratto di servizio della seconda metà dell’anno.
E a settembre? Per Rota non c’è più tempo da perdere, bisogna portare i libri in tribunale. Serve un concordato preventivo, una ristrutturazione dei debiti che consentirebbe la continuità dell’azienda. Per farlo, Rota ha bisogno del via libera dell’azionista dell’Atac: il Comune di Roma. Parla con Raggi più volte. La sindaca è possibilista, si pensa anche a una data per convocare l ’assemblea degli azionisti. Ma il tempo passa. La sindaca è riluttante. (Alessandro Trocino, Corriere della Sera)

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I numeri dell’ATAC (Corriere della Sera, 16 luglio 2017)

Questo perché con una campagna elettorale in arrivo il concordato preventivo avrebbe costi sociali e politici da non sottovalutare. Ma il DG teme a sua volta conseguenze legali che ricadono sugli amministratori e non ha alcuna voglia di fare il capro espiatorio.

Un concordato preventivo per ATAC

Proprio per questo alla vigilia di una riunione con la sindaca, l’assessora ai trasporti Linda Meleo e il presidente di commissione Enrico Stefàno, Rota ha messo le carte in tavola sui giornali: o si fa come dico io (e come l’M5S, del resto, ha fatto con successo a Livorno) o vi trovate qualcun altro che ci metta la faccia e si prenda la responsabilità mentre in azienda i rubinetti del credito si chiudono e i fornitori cominciano a minacciare perché le fatture non vengono pagate.

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I numeri di ATAC (Il Messaggero, 11 luglio 2017)

Anche perché pure gli stipendi dei dipendenti ad agosto sarebbero a rischio. Proprio quei dipendenti che Rota ha dipinto come fannulloni, secondo una lunga tradizione che ha coinvolto tutti gli amministratori unici e i direttori generali degli ultimi anni, non ultimo proprio quel Marco Rettighieri che alla fine ha mollato dopo aver denunciato un’ingerenza  dell’assessora Linda Meleo su un lavoratore sottoposto a provvedimento disciplinare. Il sanzionato era Federico Chiovelli, rimosso – e poi reintegrato – dal vertice della ferrovia Roma-Viterbo, simpatizzante Cinquestelle e parente di un’assessora M5S.

L’eterno ritorno dell’autobus 

Non è un caso che il nome di Rettighieri ritorni in queste storie. Spiega oggi Il Messaggero che in base alla legge fallimentare, la partecipata del Campidoglio avrebbe la possibilità di ristrutturare i debiti aziendali, riequilibrando la situazione patrimoniale e presentando un piano per soddisfare i creditori anche attraverso operazioni straordinarie di impresa o attraverso la cessione di cespiti. Attingendo, cioè, dal patrimonio immobiliare in disuso, da terreni e da vecchi depositi e sedi aziendali da dismettere. Ovvero, proprio il piano proposto da Rettighieri ai 5 Stelle e poi respinto.

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Gli assenti dal lavoro nelle partecipate romane (Il Messaggero, 26 luglio 2017)

Ce n’è abbastanza per tirare fuori un sorriso imbarazzato nei confronti di una gestione caotica e che sa solo trovare capri espiatori: ieri il M5S è tornato a chiedere il licenziamento dei manager di ATAC come soluzione al problema e ha preteso da Rota risultati invece di critiche. Sorvolando sul fatto che le deleghe al DG sono arrivate meno di un mese fa e anche sulla questione politica che li vede sempre pronti a chiedere tempo per mettere a posto Roma: per rifare la Capitale a 5 Stelle ci vogliono anni e per rimettere a posto l’ATAC è solo questione di giorni?

Il piano industriale lacrime e sangue

Tutti però si rendono conto del fatto che un concordato preventivo presuppone un piano industriale lacrime e sangue, dove magari si caccerebbe qualche manager ma si userebbe la spada di Damocle anche contro i dipendenti, che oggi hanno il secondo tasso di assenze più alto tra le partecipate del Campidoglio dopo AMA (e alcuni anche il doppio lavoro). È questo che non vogliono la Meleo, Stefàno e gli altri: silenti quando si è scoperto che l’autista della metro che ha trascinato una donna a Termini stava mangiando in servizio, trovano la voce soltanto quando c’è da raccontare qualcosa di positivo. Nemmeno una parola sul tasso di assenteismo dei dipendenti, che non dipende certo dai manager. Ce n’è abbastanza per capire perché Rota sia sull’orlo di una crisi di nervi.
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Oggi, in giornata, la Raggi potrebbe annunciare il benservito al direttore generale che ha fallito il compito di mettere la giunta grillina davanti alla realtà. Il prossimo uomo forte potrebbe essere Carlo Tosti, già in ATAC all’epoca di Alemanno, che piace a Roberta Lombardi e Marcello De Vito.
EDIT: Enrico Stefano alle 18 e 50 del 28 luglio, dopo 24 ore di silenzio, risponde a Rota:
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E minaccia querele:
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