Economia

Whirlpool: dopo le bugie sui salvataggi il miracolo tocca a Invitalia

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Chiuderà il 31 ottobre e non il 31 marzo lo stabilimento Whirlpool di Napoli che Di Maio e Patuanelli avevano annunciato di aver salvato a più riprese. Alla fine l’azienda ha “regalato” al governo sette mesi di tempo in più. Il governo non è riuscito a imporre un cambiamento di rotta alla multinazionale Usa pur avendo dichiarato, con il ministro Patuanelli, che ha presieduto l’incontro, «inaccettabile» questa decisione.

Whirlpool: dopo le bugie sui salvataggi il miracolo tocca a Invitalia

Ora tocca a Invitalia fare il miracolo del salvataggio. L’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A. dovrà trovare un compratore che garantisca il lavoro per i 400 operai e, soprattutto,  un’offerta di acquisto legata ad un piano industriale serio e duraturo, capace cioè di garantire la continuità produttiva del sito e la saturazione di tutti i livelli occupazionali. Un’impresa non da poco, visto che il compratore indicato da Whirlpool, gli italo-svizzeri di PRS che volevano impiantare una produzione di frigoriferi, non è stato (giustamente) ritenuto all’altezza da sindacati e governo.

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Scrive oggi il Mattino che Invitalia può mettere sul piatto la garanzia di risorse pubbliche per l’eventuale ristrutturazione dello stabilimento e gli incentivi per favorire la nuova missione produttiva. Ad essi potrebbero aggiungersi i 20 milioni assicurati dalla Regione Campania sul cui utilizzo, peraltro, nessuno anche ieri si è sbilanciato: alle legittime domande dell’assessore regionale al Lavoro, Sonia Palmeri, non è arrivata infatti alcuna risposta.

Sul piano strettamente tecnico, le ipotesi operative del cosiddetto “piano B” non mancano. Contratto di programma, contratto di sviluppo, equity, è lungo l’elenco delle possibilità previste dalla legge per questo genere di “ricollocazioni”. E lo stesso vale per le ipotesi societarie: il nuovo acquirente (perché di questo probabilmente si tratterà,non di un partner industriale come pure si era detto in passato) potrà operare da solo o con il sostegno di capitale pubblico. Ma questi, in fondo, sono aspetti al momento secondari per la sorte di via Argine.

Quello primario è l’incredibile vacuità con cui Di Maio, che oggi si è dimesso da Capo Politico del M5S, ha annunciato a più riprese un salvataggio inesistente o dure sanzioni nei confronti dell’azienda poi mai concretizzatesi. Nessuno ha mai riportato produzioni dalla Polonia all’Italia, come annunciava Giggetto giulivo nel 2018. È vero poi, come annunciò a suo tempo Patuanelli, che l’azienda ha ritirato la procedura di cessione a PRS. Ma nel frattempo il ministero non ha trovato partner diversi, quindi attualmente, sfumata l’unica ipotesi di cessione sul tavolo, non ce n’è più nessuna.

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La multinazionale se ne andrà, magari garantendo la proroga della cassa integrazione a rotazione per i lavoratori fino, appunto, al 30 ottobre sempre ammesso che i dipendenti accettino questo percorso. Ma il futuro rimane un’incognita.

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