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Perché il vincolo di mandato di Lega e M5S non funziona ed è incostituzionale

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Il contratto del governo del cambiamento è pronto. Ora manca solo il Presidente del Consiglio e la lista dei ministri incaricati. Nonostante le difficoltà nel raggiungere un accordo Lega e MoVimento 5 Stelle non hanno voluto stipulare un accordo al ribasso. Se una cosa bisogna farla, tanto vale farla bene. Ed ecco che tra le pieghe del contrattino scompare ogni accenno all’uscita dall’euro e alla rinegoziazione del debito con Bruxelles.

Il programma di riforme costituzionali di Lega e M5S sulle orme della schiforma Renzi-Boschi

I populisti però saranno contenti di sapere che il governo Lega-M5S – guidato ancora da non si sa chi – si pone l’obiettivo di realizzare un ambizioso programma di riforma costituzionale. Luigi Di Maio e Matteo Salvini vogliono insomma cambiare la “Costituzione più bella del mondo” quella che hanno difeso a spada tratta dall’assalto di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Evidentemente ci sono riforme costituzionali che vanno bene ed altre che invece sono schiforme. Ma la Costituzione non era intoccabile?

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Il contratto di governo tra M5S e Lega

Sarà per questo che i grilloleghisti propongono l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) che era già presente nella riforma costituzionale bocciata il 4 dicembre 2016. Anche la proposta di «rendere obbligatoria la pronuncia del Parlamento sui disegni di legge di iniziativa popolare» era già stata prevista nella riforma Renzi-Boschi (articolo 11, comma 1, lettera b). Un altro tema del contratto è la modifica dell’istituto del referendum abrogativo con l’eliminazione del quorum.  Per la cronaca la riforma costituzionale del PD contro la quale hanno fatto campagna elettorale Lega e M5S proponeva l’abolizione del quorum nel caso il referendum fosse stato richiesto da almeno 800mila elettori (invece che i canonici 500mila). In quel caso sarebbe stato sufficiente che ad esprimersi fosse la maggioranza dei votanti alle precedenti elezioni politiche.

La proposta di introdurre il vincolo di mandato in Costituzione

Il piano di riforma costituzionale di Salvini e Di Maio è ambizioso. In un passaggio del contratto si legge che: «Occorre introdurre forme di vincolo di mandato per i parlamentari, per contrastare il sempre crescente fenomeno del trasformismo». Quella per il vincolo di mandato dei parlamentari è una vecchia battaglia del MoVimento 5 Stelle. Non così vecchia però, nel 2010 infatti Beppe Grillo  scriveva sul blog (nonché house organ del neonato M5S):

«”Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” è molto chiaro. Chi è eletto risponde ai cittadini, non al suo partito. Un ministro della Repubblica, un presidente del Consiglio, deve fare gli interessi della Repubblica Italiana e, quindi, dimettersi dalle cariche di partito»

Quando i pentastellati sono arrivati in Parlamento e hanno iniziato a perdere pezzi Grillo ha cambiato idea e ha chiesto di introdurre il vincolo di mandato. Il che significa modificare l’articolo 67 della Costituzione. Il che a sua volta comporta – in base all’articolo 138 della stessa – l’eventualità di un referendum confermativo in caso la legge di revisione costituzionale non venga approvata dalla maggioranza dei due terzi dei voti validi.

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Il tavolo del contratto con le due delegazioni di Lega e M5S

Per dare valore alla propria richiesta nel contratto si citano, come d’uopo, esempi tratti dagli ordinamenti di altri paesi. Gli estensori del contratto però non hanno saputo fare di meglio che citare l’articolo 160 della Costituzione portoghese (Di Maio ha imparato che non è il 150 quello da citare). Con tutto il rispetto per i portoghesi la Costituzione del Portogallo non è generalmente citata tra gli esempi da seguire. Anche perché gli unici altri paesi con il vincolo di mandato sono Panama, il Bangladesh e l’India. Ma tant’è: c’è un precedente e se lo fanno in Portogallo chi siamo noi per non farlo?

In Portogallo il vincolo di mandato che vorrebbe Di Maio non c’è

Fortunatamente per noi non è necessario conoscere il portoghese per leggere la Costituzione del Portogallo. Ad esempio qui è disponibile una traduzione dove leggiamo che perdono il mandato i deputati che non frequentano l’Assemblea, il che potrebbe essere un problema per Matteo Salvini (Luigi Di Maio ha totalizzato il 30,62% delle presenze ed è un recordman delle missioni). Ma quello che ci interessa è il punto c) che stabilisce che chi si iscrive ad un partito diverso da quello per il quale si sono presentati alle elezioni deve dimettersi. C’è però da dire che all’articolo 152 leggiamo che “I Deputati rappresentano tutto il Paese e non le circoscrizioni nelle quali so­no stati eletti” (l’articolo 67 recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) mentre l’articolo 155 della Costituzione portoghese dice che “i Deputati esercitano libe­ramente il proprio mandato“. Ora quello che salta all’occhio è che da nessuna parte però viene vietato ai deputati di vietare in maniera difforme dal proprio partito. Anzi, come spiega Lorenzo Andraghetti (ex assistente parlamentare a 5 Stelle e ricercatore in Scienze politiche proprio all’Università “Nova” di Lisbona) la Costituzione del Portogallo consente ai parlamentari le stesse libertà di azione e di voto dei colleghi italiani, come quella di votare contro il proprio Partito o uscire dalla maggioranza. Un deputato può diventare “indipendente” e mantenere il mandato. Insomma, la proposta di Di Maio e Salvini non funziona.

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L’articolo 160 della Costituzione portoghese

 

Nello Statuto dei gruppi parlamentari del MoVimento 5 Stelle invece è scritto che deputati e senatori hanno l’obbligo di votare la fiducia al governo M5S ogni qualvolta essa venga richiesta. La pena è ovviamente l’espulsione dal gruppo parlamentare e dal Partito. Il combinato disposto dello statuto dei parlamentari a 5 Stelle (che però al tempo stesso sono ben disponibili ad accogliere i voltagabbana altrui) unito alla volontà di introdurre il vincolo di mandato in Costituzione è molto chiaro: chi è eletto finisce per rispondere al suo partito, non ai cittadini che lo hanno eletto. Proprio come diceva Beppe Grillo otto anni fa.

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