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Salvini nei guai per le mail con Conte

matteo salvini 1

Open Arms rischia di costituire un bel guaio per Matteo Salvini. E non a caso stavolta il Capitano non ha cercato di farsi scudo con il governo Conte e con il presidente del Consiglio: a differenza di altre disonorevoli occasioni, infatti, il premier nell’occasione del tira-e-molla con la ONG spagnola non ha fornito alibi al suo ministro dell’Interno, che nel frattempo lo aveva sfiduciato nella crisi del Mojito al Papeete.

Salvini nei guai per le mail con Conte

Il Capitano rischia un altro processo per sequestro di persona e ieri l’AdnKronos aveva raccontato anche le accuse nei confronti del suo ex capo di gabinetto al ministero dell’Interno Matteo Piantedosi. I giudici però hanno chiesto per lui l’archiviazione perché, come spiega Fiorenza Sarzanini oggi sul Corriere della Sera, perché contestano all’ex ministro di aver «agito in autonomia» in particolare «sin da quando, apprendendo dell’intervento di soccorso posto in essere in zona Sar libica dalla Open Arms, coerentemente con la politica inaugurata all’inizio del 2019, adottava nei confronti di Open Arms, d’intesa con i Ministri della Difesa e delle Infrastrutture e dei Trasporti, il decreto interdittivo dell’ingresso o del transito in acque territoriali italiane, qualificando l’evento come episodio di immigrazione clandestina, a dispetto del riferimento alla situazione di stress del natante su cui i soggetti recuperati stavano viaggiando».

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Ma perché Salvini non chiama nell’occasione in causa Conte? Lo spiega oggi Francesco Grignetti sulla Stampa:

Tra il 1 e il 10 agosto, l’Ong catalana salvò 162 persone in mare nel corso di tre eventi. Chiesero di sbarcare a Malta, che si oppose, e poi si rivolsero all’Italia. Per Salvini a quel punto fu immediato il muro contro muro. Negli stessi giorni, però, il governo iniziava a pencolare clamorosamente. Il 7 agosto, si registrò il voto sulla Tav che spaccò la maggioranza. Il 9, la Lega presentò una mozione di sfiducia contro Giuseppe Conte. La richiesta di Open Arms cadde in questo caos. Il 14, cancellato dal Tar del Lazio il divieto di ingresso nelle acque territoriali, un secondo decreto non fu controfirmato da Elisabetta Trenta. Tra Salvini e il presidente Conte, che non si parlavano più, intanto, c’era uno scambio furente di mail.

Conte invitava il suo ministro «ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori presenti sull’imbarcazione». Salvini rispondeva di no. Il 16 agosto, il premier tornava alla carica. Considerando che nel frattempo la nave era arrivata a Lampedusa per ripararsi da una bufera, ribadiva «con forza – scrivono i giudici – la necessità di autorizzare lo sbarco immediato dei minori, potendo configurare l’eventuale rifiuto un’ipotesi di illegittimo respingimento». Dato che c’era una disponibilità europea, Conte invitava anche Salvini ad attivare le procedure per la redistribuzione. Il 17, Salvini replicava che non condivideva e che avrebbe ammesso esclusivamente lo sbarco dei «sedicenti minori».

La difesa di Salvini sulla Open arms

Il leader leghista sostiene di aver agito in base alla Costituzione: «Articolo 52 della Costituzione. La difesa della Patria è sacro dovere di ogni cittadino. Chi lo spiega a quel giudice?». Ma sono proprio i giudici a sottolineare come «non risultano utilmente invocabile generiche e non comprovate ragioni di tutela della sicurezza pubblica: nonostante gli accessi a bordo di autorità italiane, infatti, nessuna di esse ha mai evidenziato alcun indizio di peculiari e concrete condizioni oggettive (come, ad esempio, la presenza di esplosivi o armi a spiccata potenzialità offensiva) o soggettive di pericolo conseguente allo sbarco sul territorio italiano delle persone a bordo; pericolo, che, come confermato dal prefetto Garroni e dal questore di Agrigento Iraci, nel caso di specie si è poi rivelato, nei fatti, del tutto insussistente».

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