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Perché con Open Arms Salvini rischia molto e non può nascondersi dietro Conte

Matteo Salvini non potrà nemmeno chiamare in causa Giuseppe Conte per difendersi dall’accusa di sequestro di persona per il diniego allo sbarco di Open Arms. Di più:  se per la Gregoretti la linea difensiva di Salvini punta sulla rivendicazione di una decisione politica sposata da tutto il governo, stavolta il quadro probatorio delineato dai pm di Agrigento e fatto proprio dalla Dda di Palermo è molto diverso e ben più pesante. E si trascina dietro il capo di gabinetto del Viminale Matteo Piantedosi, anche lui indagato per gli stessi reati.

Perché con Open Arms Salvini rischia molto

Ieri il Capitano ha preso la notizia dell’indagine con la solita flemma tipica del leader di centrodestra maturo e consapevole, strillando al complotto dei magistrati e dei giornalisti (con annesso Sanremo) in una sobria diretta Facebook nella quale mancava solo l’annuncio dell’invasione della Kamchatka. Il problema è che il caso Open Arms è diverso da quello della Gregoretti perché la decisione di Salvini è stata presa senza il resto del governo, visto che nel frattempo l’esecutivo gialloverde si stava sfaldando a colpi di mojito, come provato dal fatto che i ministri Trenta e Toninelli si rifiutarono di cofirmare il decreto che vietava alla Open Arms di entrare in acque italiane, dando così un esempio di umanità a intermittenza che i più maligni – come noi, ad esempio – tradussero piuttosto con l’urgenza politica di mettere spalle al muro il Capitano che voleva cacciare Conte per prendere il suo posto.  Spiega oggi Alessandra Ziniti su Repubblica:

Mettiamo in fila gli elementi: dopo aver salvato 164 persone in zona Sar libica il primo agosto e aver chiesto invano un porto sicuro, la Ong spagnola dichiara lo stato di emergenza e fa ricorso al Tar del Lazio contro il divieto di ingresso in acque italiane firmato da Salvini. Il Tar autorizza l’ingresso con una motivazione sposata in pieno ora dal tribunale dei ministri: i naufraghi non possono essere considerati un rischio per la sicurezza e devono essere subito sbarcati. Ma Salvini rifirma il divieto, Trenta e Toninelli no.

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La nave ottiene dalla Capitaneria un punto di fonda davanti a Lampedusa, il Viminale tace. Alla vigilia di ferragosto a bordo arriva Richard Gere a portare rifornimenti, ma la situazione degenera, dal punto di vista sanitario e psicologico: migranti che si gettano in acqua, tentativi di rivolta che l’equipaggio allo stremo fatica a governare. Una situazione ad altissimo rischio risolta solo con l’intervento dell’autorità giudiziaria.

Il ministro refrattario alle leggi

Spiega oggi Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera che a dispetto delle grida di complotto l’intenzione del tribunale dei ministri di Palermo e della Procura che al termine delle indagini hanno concluso per la trasmissione degli atti al Parlamento sollecitando il processo, sembra solo quella di applicare la legge, per come l’hanno interpretata.

In 110 pagine di motivazioni inviate venerdì al Senato, le tre magistrate Caterina Greco, Lucia Fontana e Maria Cirrincione (collegio diverso da quello che nel 2018 s’era occupato del caso Diciotti) spiegano i motivi per cui il leader leghista, negli ultimi giorni in cui è rimastoministro dell’Interno, alla fine del primo governo Conte, ha commesso i reati contestati.

Stavolta c’è la piena condivisione fra tribunale dei ministri e Procura, a differenza di quanto avvenuto a Catania nelle precedenti vicende. Inoltre la Open Arms è una nave straniera, mentre Diciotti e Gregoretti sono italiane. Ma per i magistrati palermitani è indubbio che l’obbligo di soccorso derivante dalle convenzioni internazionali, con la conseguente concessione del permesso del Pos («Place of safety», sbarco in luogo sicuro) valga anche con le imbarcazioni estere e delle Ong.

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Il 14 agosto il Tar del Lazio aveva annullato l’interdizione del ministro, e dunque l’accesso alle acque territoriali della nave con i profughi fu del tutto lecito. A quel punto la concessione del Pos sarebbe stata ancor più un atto dovuto, ma il leader leghista ha continuato a negarlo. Con una decisione che, secondo i giudici e la Procura, non fu un atto politico insindacabile dalla magistratura ordinaria, bensì un atto amministrativo dettato da motivazioni politiche, in quanto tale non sottratto al codice penale (come ritenne pure il tribunale dei ministri di Catania per la Diciotti e la Gregoretti).

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