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Salvini voleva essere processato: rinuncerà all’immunità?

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«Il Matteo Salvini di popolo è tentato, dico la verità… Sono tentato di dire “andiamo avanti. Processatemi”. Voglio vedere se si può processare un ministro perché fa quello che dice». Il Capitano ha intenzione di menarla ancora per le lunghe con il caso Diciotti se davvero, come scrivono oggi il Corriere e la Repubblica, sta ufficialmente riflettendo sulla possibilità di chiedere di essere processato e di rinunciare all’immunità.

Salvini voleva essere processato: rinuncerà all’immunità?

Quando le possibilità che finisse sotto processo erano piuttosto basse (non che oggi si siano alzate di molto…), Salvini diceva di voler essere processato e di voler rinunciare all’immunità che la Giunta per le autorizzazioni presieduta da Maurizio Gasparri dovrà votare molto presto. A scrutinio palese, quindi con scarso agio degli eventuali franchi tiratori, visto che pure nell’eventuale voto di Palazzo Madama non si sceglierà in segreto. E quindi si annulla lo spazio per eventuali agguati che chi è ufficialmente amico di Salvini ma è anche nemico del governo (Forza Italia, Fratelli d’Italia) potrebbe avere in animo di fare. Resta il fatto, spiega oggi il Corriere, che la decisione finale, quella di chiedere di andare a processo senza avvalersi del responso parlamentare, resta ancora da prendere. Salvini in giornata ha sentito Luigi Di Maio, ma di più non dice.

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Quando Salvini voleva essere processato e rinunciare all’immunità

Della giunta fa parte anche l’ex presidente del Senato Pietro Grasso (Leu), che pubblica su Fb la prima pagina del quotidiano Libero del 27 agosto scorso in cui Salvini annunciava di rinunciare all’immunità. «Ripete continuamente di essere uno che mantiene la parola: non ho dubbi che lo farà anche in questo caso. Vero?», lo incalza l’ex procuratore antimafia. Se il ministro si salverà, resterà da capire cosa emergerà dall’inchiesta catanese e che ricadute avrà sulla catena di comando attraverso la quale è passato l’ordine del capo del Viminale.

Quando Salvini aveva dichiarato guerra a una nave italiana

La nave Diciotti della Marina, con a bordo 177 migranti, venne bloccata al porto di Catania dal ministro Salvini per cinque giorni, dal 20 al 25 agosto. Nei giorni precedenti, a Lampedusa, il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio aveva già avviato un’inchiesta. Dalla procura di Palermo, che ha in parte archiviato, gli atti sono stati trasmessi al tribunale dei ministri di Catania, competente per i reati nell’esercizio delle funzioni. Salvini non ha ancora letto tutte
le 50 pagine scritte dal tribunale, che ribaltano la richiesta di archiviazione presentata dal procuratore Carmelo Zuccaro. È proprio la Costituzione che citano i giudici Nicola La Mantia, Sandra Levanti e Paola Corda, per smontare la principale argomentazione del ministro («I magistrati non possono bloccare la mia decisione politica di chiudere i porti»). Spiega oggi Repubblica:

Scrive il tribunale: «Le scelte politiche o i mutevoli indirizzi impartiti a livello ministeriale non possono ridurre la portata degli obblighi degli Stati di garantire nel modo più sollecito il soccorso e lo sbarco dei migranti in un luogo sicuro, obblighi derivanti da convenzioni internazionali che costituiscono una precisa limitazione alla potestà legislativa dello Stato in base agli articoli 10, 11 e 117 della Costituzione». Ovvero, la politica non può scavalcare la legge. I giudici hanno comunque vagliato ogni ipotesi. Ad esempio, si sono chiesti se la decisione di Salvini di bloccare i migranti sulla Diciotti fosse intervenuta per tutelare un «interesse pubblico».

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In questo caso, sarebbe potuta scattare una «scriminante» per l’indagato. E poi una richiesta di archiviazione. «Ma nessuno dei soggetti ascoltati da questo tribunale ha riferito (come avvenuto invece per altri sbarchi) di informazioni sulla possibile presenza, tra i soggetti soccorsi, di “persone pericolose” per la sicurezza e l’ordine pubblico nazionale». Dunque, quella scelta del ministro «venne adottata per una volontà meramente politica».

Ma in quei giorni d’agosto, accadde anche dell’altro, altrettanto grave. «L’intera catena di comando che avrebbe dovuto gestire l’assegnazione di un porto sicuro alla Diciotti risultava paralizzata in attesa delle determinazioni politiche dei ministro». Il Viminale paralizzato. Il capo di gabinetto di Salvini, Matteo Piantedosi, aveva provato a offrire un’altra ricostruzione. La sua dichiarazione «va censurata», scrive oggi il tribunale.

Il M5S pronto a votare l’immunità alla faccia del Non-Statuto

D’altro canto il MoVimento 5 Stelle “di governo” è già pronto a votare l’immunità, mentre quello “di lotta”, in quello che sembra un involontario gioco delle parti che ha il felice risultato di raccattare i voti di tutti, con la senatrice Nugnes dice al Corriere della Sera che voterà sì in ogni caso. Carmelo Lopapa su Repubblica racconta della telefonata tra Salvini e Di Maio:

Solidarietà di circostanza ma soprattutto la rassicurazione che il Movimento 5 stelle «non farà scherzi» e non voterà al Senato in favore dell’autorizzazione chiesta dal tribunale dei ministri di Catania. Il voto sia in giunta (entro i prossimi 30 giorni) che in aula (nei successivi 30) sarà per altro palese, zero suspense da franchi tiratori. Ma l’operazione “salvataggio” dello sceriffo Salvini non sarà indolore per il vicepremier che guida il Movimento.

Il loro “non Statuto” prevede ancora l’autorizzazione a procedere nel caso in cui la richiesta di autorizzazione riguardi un loro ministro. Salvini non lo è. Ma soprattutto, si sarebbero spiegati i due al telefono, il leghista ha portato avanti la strategia “porti chiusi” condivisa dagli alleati per sette mesi.

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Se il ministro si salverà, resterà da capire cosa emergerà dall’inchiesta catanese e che ricadute avrà sulla catena di comando attraverso la quale è passato l’ordine del capo del Viminale.

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