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Ma davvero Salvini andrà ad elezioni anticipate per prendersi la colpa della prossima manovra?

Un fantasma si aggira per l’Italia dopo la supercazzola di Giuseppe Conte: il fantasma delle elezioni anticipate a settembre (il 29) o in primavera. Il penultimatum del presidente del Consiglio però non metterà paura al Capitano. Al quale non conviene andare al voto adesso

giuseppe conte matteo salvini

Un fantasma si aggira per l’Italia dopo la supercazzola di Giuseppe Conte: il fantasma delle elezioni anticipate a settembre (il 29) o in primavera. Il penultimatum del presidente del Consiglio,  che ieri in un orribile discorso di venti minuti di tempo, ben al di fuori della capacità di sopportazione di qualsiasi appassionato di politica, tra una rava e una fava ha chiesto in ginocchio a Salvini e Di Maio di continuare a fargli fare il premier, non ha impressionato molto il leader della Lega. Che adesso riflette sulla convenienza del momento in cui dovrà staccare la spina all’Avvocato der Popolo.

Ma davvero Salvini andrà ad elezioni anticipate per prendersi la colpa della prossima manovra?

Tutti i giornali infatti oggi dipingono il leader della Lega come pronto a far saltare il governo Conte per puntare alle elezioni anticipate. Qualche sondaggio avrebbe registrato addirittura per la Lega un ulteriore incremento dei consensi nella settimana seguita alle Europee. Oltre il già sorprendente 34,2 per cento del 26 maggio. Elementi che potrebbero spingere in teoria il capo a soprassedere ancora qualche mese, lucrare altri consensi e caricare la manovra “lacrime e sangue” al premier reggente per tirare fino alla primavera. Intanto del discorso di Conte possiamo apprezzare questo riassunto fornito dalla pagina facebook Regresso:

Anche Giancarlo Giorgetti, che prima delle elezioni pronosticava la grandine, è tornato ad appassionarsi alle metafore:  «Perché se poi non piove grandine ma pioggia nucleare, radioattiva, hai voglia allora a farti ombrello. Non basta, l’ombrello si scioglie…». Il Corriere della Sera dipinge un Salvini “bello carico”, come direbbe Tullio De Piscopo:

Ma al di là dello sblocca cantieri, il leader leghista è secco. E per la prima volta dà un possibile orizzonte temporale al governo che non corrisponde alla legislatura: «Entro giugno vedremo. Entro giugno non ci saranno più dubbi sulla volontà di nessuno. Io, per quanto mi riguarda, non ho mai pensato né prima né dopo le Europee di far cadere il governo. Però,ripeto: contano gli atti».

Riprende Salvini: «I temi li abbiamo tutti davanti, chiari: autonomia delle Regioni, riforma fiscale…». Poi, senza cercare di frenarsi aggiunge: «Taccio sul decreto Sicurezza 2, che ormai è pronto da settimane. Adesso Conte va in Vietnam…Vabbé, entro il mese capiremo tutto».

Salvini aggiunge che il voto è stato chiaro “sui vincoli europei”, fingendo di non aver capito che i sovranisti hanno perso le elezioni e rappresentano a malapena un settimo dell’intero parlamento europeo.

La guerra di penultimatum tra Conte e Salvini

Tutto questo bailamme insomma rischia di costituire una semplice guerra di penultimatum. Perché, semplicemente, alla Lega non conviene staccare la spina a Giuseppe Conte e andare a governare perché rischierebbe di doversi assumere l’onore, ma soprattutto l’onere, di varare una legge di bilancio monstre senza poter dare la colpa al MoVimento 5 Stelle di eventuali rinunce a riforme annunciatissime (vedi flat tax, per dirne una).

salvini crisi di governo

A conferma di questa tesi c’è il retroscena di Amedeo La Mattina su La Stampa, il quale racconta che Salvini sta piuttosto accarezzando l’idea di un Conte-bis.

Per il ministro dell’Interno il come è molto semplice: la Lega deve dettare l’agenda del governo; se è il caso si potrebbe aggiornare il contratto di governo. Tutto questo potrebbe passare per quella condivisione di responsabilità che è il rimpasto. «Sia chiaro, noi ministeri non ne chiediamo. Devono essere i 5 Stelle a fare delle proposte su un nuovo assetto di governo», dice il vice premier leghista ai suoi. Insomma, non si esclude un «Conte bis». Difficile che ciò avvenga con le dimissioni del premier e il suo reincarico.

Dovrebbe farsi in corso d’opera ovvero con la disponibilità dei 5 Stelle a mollare alcuni dicasteri pesanti, quelli con portafoglio economico. Ad esempio Luigi Di Maio potrebbe lasciare uno dei due ministeri, il Lavoro o lo Sviluppo economico. Quest’ultimo potrebbe andare a un leghista. Poi c’è il ministero delle Infrastrutture che per il Carroccio blocca l’avvio rapido del lavori pubblici. Danilo Toninelli, secondo il partito di via Bellerio, di fatto è stato il primo ad essere sfiduciato dal voto delle Europee e delle regionali del Piemonte, lui che è stato il più acerrimo avversario della Tav.

Insomma, tutto questo casotto rischia di risolversi soltanto con il sacrificio (umano) di Toninelli. Tanto rumore per nulla, direbbe il Bardo mettendosi a ridere.

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