Economia

Rimborsi ai truffati: perché Di Maio e Salvini sono stati contestati a Vicenza

di maio salvini clausole iva - 5

«Banca d’Italia e Consob andrebbero azzerati, altro che cambiare una-due persone .Az-ze-ra-ti», sillaba Matteo Salvini. E Luigi Di Maio non è da meno: «Per Bankitalia serve discontinuità. Se pensiamo a tutto quel che è accaduto in questi anni non possiamo pensare di confermare le stesse persone che sono state fino ad oggi nel direttorio di via Nazionale». I media hanno registrato ieri gli attacchi furiosi dei due leader del governo gialloverde nei confronti delle istituzioni che tutelano il risparmio e il credito, ma nessuno ha spiegato il motivo di un attacco così aperto. Perché la verità è l’esatto contrario: ieri Salvini e Di Maio sono stati in realtà contestati e hanno parlato di Bankitalia e Consob per rispondere e buttarla in caciara.

 

Cosa c’è dietro l’attacco di Di Maio e Salvini a Bankitalia e Consob

Per capire cosa sia successo ieri bisognerebbe prima di tutto segnalare dove si trovavano i due vicepremier, ovvero al centro sportivo Palladio di Vicenza dove erano stati invitati a parlare a un’assemblea che raccoglieva i 1400 ex azionisti di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. I due vicepremier si sono incontrati ieri, nel Palasport della cittadina veneta, sciogliendo in un rapido abbraccio i giorni di gelo e di scontro su più di un dossier. Prima di parlare però erano stati entrambi contestati: Di Maio si è trovato apostrofato con  una serie di «buffone, a casa, vergogna» perché ha scelto di entrare dall’ingresso principale, Salvini ha schivato la contestazione perché è entrato da un ingresso secondario e non presidiato.

Ma c’è anche chi ha piantato all’ingresso del Palasport una croce con scritto “Traditori”. Mentre la polizia rimuoveva lo striscione: “Salvini come Zonin. Dove sono i 49 milioni?”. E perché i due sono stati contestati? Perché Lega e M5S hanno varato un piano per rimborsare i risparmiatori: in manovra il governo ha stanziato 525 milioni l’anno fino al 2021 per indennizzarli: potranno accedervi ex azionisti e detentori di bond subordinati (per i primi il rimborso è al 30%, per i secondi al 95%, entro i 100 mila euro),  ma a quel piano mancano ancora i decreti attuativi.

E mancano perché  una parte consistente degli azionisti di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza chiedeva da tempo, con forza, che passasse in Parlamento l’indennizzo senza arbitrato, e alla fine è passato. Ovviamente la Commissione Europea ha ribadito che esistono norme che regolano i rimborsi per i risparmiatori. Salvini e Di Maio hanno dichiarato a più riprese, anche ieri a Vicenza, che procederanno a dispetto dell’Europa. Ma non l’hanno mica fatto.

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Il problema del misselling

L’eliminazione dell’arbitrato ha fatto scattare la reazione europea perché in assenza di un giudice che certifichi il cosiddetto misselling, il rimborso automatico delle azioni potrebbe configurarsi come una violazione delle regole sugli aiuti di Stato. Occorre ricordare che in circostanze analoghe l’Ue ha dato l’ok all’intervento dello Stato fissando tuttavia una serie di paletti. Deve esserci prima di tutto il giudizio di un organismo indipendente, tribunale o arbitrato. In secondo luogo, la banca colpevole deve essere fallita e non essere più sul mercato. In terzo luogo, la misura deve riguardare piccoli investitori.

Infine, la compensazione può giungere solo dopo che sono state imposte eventuali misure di burden-sharing o bail-in, ossia di partecipazione alle perdite da parte di azionisti o obbligazionisti. Per questo Palazzo Chigi sarebbe pronto ad inserire l’obbligo, per chi fa richiesta degli indennizzi, di portare la documentazione bancaria o giudiziale «idonea a comprovare violazioni massive» del Testo unico della Finanza che hanno causato il«danno» da risarcire. E proprio questo ha fatto arrabbiare chi contestava Di Maio e Salvini.

Rimborsi ai truffati: perché Di Maio e Salvini sono stati contestati a Vicenza

Ecco quindi che la storia si fa molto più completa grazie alla ricostruzione temporale degli eventi.  «Abbiamo stanziato un miliardo e mezzo. Bruxelles dice che non si può fare, ma chi se ne frega di Bruxelles. Tra qualche mese quei signori non ci saranno più», ha detto Di Maio. La questione però è ben più intricata: andare avanti senza un arbitrato che decida chi ha davvero diritto ai rimborsi e chi no non sarà affatto semplice. Così si va avanti a suon di accuse: «Presto sarà operativa la commissione banche guidata da Gianluigi Paragone – ha annunciato Di Maio – li convocheremo tutti e li faremo cantare».

Alla questione poi Di Maio ha collegato anche la conferma di Luigi Federico Signorini alla vicepresidenza di Bankitalia con posto nel Direttorio,  continuando a chiederne la testa con l’unico motivo di tacitare le contestazioni. Nemmeno a farlo apposta, Signorini ha voluto citare una frase di Ernesto Rossi presentando un volume sull’economista che è sembrata una risposta indiretta alle polemiche di questi giorni: «Non bastano le buone intenzioni. Ho conosciuto un bambino che credeva di fare il bene d’un pesce rosso tirandolo fuori dalla vasca per asciugarlo col fazzoletto. E molte persone grandi fanno per buon cuore quel che voleva fare il bambino. Credono d’aiutare, e invece fanno del male, perché non sanno quali sono le conseguenze delle loro azioni. Per saperlo, almeno fin dove è possibile, bisogna studiare…».

 

Il pesce rosso di Di Maio e Salvini

La metafora è talmente chiara che non c’è bisogno di spiegarla. E lo scontro a breve entrerà nel vivo: domani, se non sarà riconfermato, Signorini decadrà e il direttorio di Palazzo Koch rimarrà con un posto vacante. Che il consiglio di Via Nazionale faccia un altro nome cedendo ai diktat della politica è escluso. L’ipotesi più probabile è uno stallo.

D’altro canto Signorini è diventato improvvisamente un nemico del MoVimento 5 Stelle perché ha osato criticare la manovra gialloverde in audizione segnalando tutte le criticità che a breve saranno visibili a tutti. Per questo lo odiano. Antonella Baccaro sul Corriere della Sera segnala oggi un altro aneddoto interessante e aggiunge che a breve il Direttorio potrebbe essere esautorato:

Sarebbe persino giunta voce che nel dossier preparato a uso dei ministri del M5S su Signorini, gli sarebbe stato attribuito, come nota di demerito, un passato da «comunista». Ma se questo è«colore», l’idea invece che si voglia «condizionare» l’operato di Bankitalia appare così inaccettabile che si preferisce pensare che il governo abbia solo «rinviato» la decisione su Signorini (che comunque scade domani e non è prorogabile).

Un rinvio reso possibile dal fatto che il direttorio di Banca d’Italia, che comprende altri quattro membri, è un organo collegiale comunque in grado di funzionare. Certo, il 10 maggio scadranno altri due membri (Salvatore Rossi e Valeria Sannucci). Se il copione del rinvio si ripetesse, allora sì che il direttorio sarebbe all’impasse. Ipotesi considerata impossibile per i risvolti che avrebbe sui mercati.

Ecco quindi che i contorni della partita si fanno ben definiti. E si capisce che riguardano una partita più complicata in cui ci si gioca l’indipendenza della Banca d’Italia di fronte a una delle macchine di propaganda più ben congegnate della storia. Le conseguenze di una vittoria dei gialloverdi su via Nazionale sono sotto gli occhi di tutti.