Economia

Rimborsi banche, il caso Tercas cambia la storia (e i risparmiatori?)

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Il caso Tercas irrompe sui rimborsi delle banche. Il Tribunale Ue di primo grado ha annullato la decisione della Commissione che nel 2015 aveva impedito l’intervento del Fondo interbancario di garanzia (FITD) nel salvataggio di Banca Tercas in quanto aiuto di Stato. La copertura del buco di bilancio di Tercas da parte del Fondo era una condizione posta dalla Popolare di Bari per ricapitalizzare Tercas.

Rimborsi banche, il caso Tercas

Secondo il Tribunale la Commissione non ha dimostrato né che la decisione del Fondo fosse imputabile allo Stato né che le risorse fossero pubbliche, accogliendo così la posizione sostenuta da Bankitalia sin dall’inizio. E scatenando una ridda di critiche su quell’inverno 2015 che all’Italia costò la prima crisi del settore del credito con la risoluzione delle quattro banche (Cariferrara, Carichieti, Banca Etruria, Banca Marche).

La storia parte dal 2015: la banca Tercas era allora in amministrazione straordinaria. Per partecipare a un aumento di capitale, la Banca popolare di Bari chiese un sostegno pari a 300 milioni di euro. In prima battuta, l’establishment italiano mise a disposizione denaro proveniente dal Fondo interbancario per la tutela dei depositi (Fitd). Ma Bruxelles si oppose, ritenendo che dietro all’operazione si nascondesse un surrettizio aiuto di Stato. Successivamente, con una complicata partita di giro che cambiava la forma ma salvava la sostanza, l’operazione andò a buon fine perché il Fitd intervenne su base volontaria. Ieri, il tribunale europeo ha annullato la decisione dell’esecutivo comunitario che aveva ritenuto la prima proposta di uso del fondo un aiuto di Stato.

Ma soprattutto, quella decisione della UE, che oggi si rivela illegittima, spinse il governo Renzi e l’allora ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan a costruire uno schema diverso da quello a cui stava lavorando per il salvataggio delle quattro banche di un colore solo al quale furono chiamati a contribuire azionisti e creditori, come ha ricordato ieri da Roma l’Associazione bancaria italiana chiedendo le dimissioni di Margarethe Vestager.

Quanto ci sono costate Tercas e le quattro banche

Gianluca Paolucci su La Stampa dice che la decisione ci costò 4,8 miliardi per capitalizzare le quattro good e bad bank nate con la risoluzione, pagati dal sistema bancario. Più 740 milioni di obbligazioni azzerate, più il costo – incalcolabile – della crisi di fiducia. Almeno 640 milioni di bond subordinati erano in mano a famiglie e risparmiatori (circa 11 mila in totale), che hanno perso quei soldi in seguito ad un decreto del governo. Ci sarebbero anche gli azionisti, ma quello è capitale di rischio e la verità è che le 4 banche, con diverse sfumature, erano sostanzialmente decotte al momento della risoluzione.

La Popolare di Bari ha fatto sapere che valuterà la possibilità di chiedere un’azione risarcitoria. Si parla anche di possibili rimborsi ai risparmiatori che all’epoca finirono nella risoluzione. Ma soprattutto, quella decisione fu fondamentale nella crescita della rabbia popolare contro il governo Renzi, all’epoca indicato come il responsabile del “furto”. La storia venne condita con il caso Boschi e amplificata dalla commissione di inchiesta sulle banche. Nell’aprile 2016 il sistema dovette inventarsi poi il Fondo Atlante, altra pezza a colori per non far fallire Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Un esperimento che dissanguò 3,5 miliardi (più uno di bond) in infinite trattative con Bruxelles e la Bce per rilanciare le banche: poi regalate a Intesa Sanpaolo con lo Stato a pagare 4,8 miliardi di avviamento.

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