Economia

Quattro banche di un colore solo

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Quattro banche da salvare che si trovano in un quadrilatero di città in regioni rosse. E un governo che per l’ennesima volta prima sottovaluta la gravità di un problema e poi si trova a dover correre ai ripari per non prendere uno schiaffo, soprattutto mediatico, che è già partito. La vicenda di Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e CaRiChieti è iniziata con il salvataggio del 22 novembre e ha raggiunto il suo apice con la tragica morte di Luigino D’Angelo, che si è suicidato dopo aver visto i suoi risparmi investiti in obbligazioni subordinate andare in fumo. In mezzo c’è il ministro dell’Economia che parla di “intervento umanitario” (quelli che di solito si fanno per salvare i disperati in mare o chi scappa da una guerra) per gli altri obbligazionisti rimasti senza un soldo. E una situazione lose-lose nella quale il governo ha rinunciato ancora a giocare una partita vera con Bruxelles per ottenere quello di cui oggi si lagna.

Le obbligazioni subordinate e le quattro banche da salvare

Intendiamoci: nella storia delle quattro banche c’è anche tanta demagogia. Le accuse del MoVimento 5 Stelle a Maria Elena Boschi per il ruolo del padre in Banca Etruria, ad esempio. O il gran numero di avvoltoi che ha cominciato a volteggiare sulla morte di D’Angelo, dimenticando che la direttiva Brrd, che prevede l’opzione nessun rimborso per le obbligazioni subordinate è stata votata con l’ok di Forza Italia e l’astensione della Lega a Strasburgo. Ma le scuse finiscono qui. Perché da questo punto della storia in poi il governo non ha scusanti. Ha lasciato che il bubbone esplodesse nonostante per lo meno la vicinanza territoriale di molti suoi esponenti avrebbero consigliato maggiore prudenza. Poi, quando è stato travolto dalla polemica politica ha deciso di gettare tutte le responsabilità sulle spalle dell’Unione Europea, dichiarando che la soluzione che aveva approntato l’esecutivo e che avrebbe salvato anche i possessori di obbligazioni subordinate è stata fermata da Bruxelles, e quindi il governo si è trovato costretto a scegliere la strada che ha portato alla situazione odierna.

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Chi ha titoli e obbligazioni delle banche fallite (Repubblica, 10 dicembre 2015)

La ricostruzione dell’esecutivo però è quantomeno lacunosa. Perché l’UE ha detto di aver prospettato tre soluzioni al governo italiano (la terza prevedeva l’utilizzo di fondi privati) ed è stato il governo a scegliere il modo. E poi perché proprio Bruxelles ha puntato il dito contro le banche italiane che hanno piazzato prodotti a clienti che non avevano il profilo di rischio adatto e ricordato, non senza una punta di perfidia, che il governo ha liberamente scelto la strada da percorrere per il salvataggio. E non finisce qui.

Il governo e l’Unione Europea

Il rinvio della soluzione per mesi, in pieno e completo stile italiano, ha messo ancora più in difficoltà gli istituti e aperto un buco più ampio di quello che poteva essere sanato agendo per tempo. Commentava all’epoca dell’approvazione del salvataggio Federico Fubini sul Corriere della Sera:

Le grandi banche hanno accettato per evitare che la liquidazione di quattro istituti scaricasse potenzialmente il contagio su altri. Molti dei piccoli banchieri invece hanno preferito passare la mano, non rischiare contestazioni dei soci e abbandonare i quattro istituti al loro destino. Erano convinti che la liquidità della Bce li avrebbe tenuti al riparo dall’onda d’urto. Ciascuno ha badato al proprio particolare. Così si è arrivati a ieri.
Se il parlamento avesse fatto entrare in vigore l’attuazione delle norme europee di salvataggio a inizio anno, anziché la scorsa settimana, ci si sarebbe arrivati prima e sarebbe costato centinaia di milioni o alcuni miliardi in meno. I ritardi hanno lasciato quegli istituti a dissanguarsi e ora servirà più capitale. Alla fine i correntisti sono protetti in pieno, gli obbligazionisti ordinari anche. Azionisti e obbligazionisti subordinati, più a rischio, perdono oltre 700 milioni di euro. Presto qualcuno dirà che il governo punisce i risparmiatori, ma di fatto quelle somme non esistevano già più, erano azzerate nelle perdite delle banche. Piaccia o no, in Europa funziona così.

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L’operazione salvabanche (Corriere della Sera, 23 novembre 2015)

Senza contare che il premier Matteo Renzi se l’è presa in più occasioni con la Germania e con altri paesi UE che invece hanno utilizzato fondi pubblici per salvare i propri istituti di credito. Tutto vero. Ma il premier omette di segnalare che quei paesi si sono mossi per tempo, negli anni precedenti, quando invece l’Italia ha deciso di raccontare la favola degli istituti più solidi del mondo “perché il nostro sistema bancario non parla inglese”, e quindi non si è infilato nel sistema di finanza strutturata che ha portato ai crac e agli istituti in difficoltà. Vero: infatti non c’è stato bisogno della finanza creativa; agli istituti è bastato l’enorme mole di crediti incagliati, dopo i soldi regalati agli amici e agli amici degli amici, per finire a gambe all’aria. Detto ciò, il premier Renzi, che giusto un paio di giorni fa annunciava che era il momento per l’Italia di fare la voce grossa in Europa contro l’austerity, ha ritenuto di non dover fare la voce grossa quando Bruxelles ha deciso che il piano approntato dall’esecutivo era un aiuto di Stato. Non sarebbe stato invece il caso di tenere il punto e aprire il contenzioso nell’occasione, invece di fare quello che dice Bruxelles prima e lamentarsene poi, quando bisogna trovare qualcuno a cui dare la colpa? Non solo: il presidente del Consiglio Renzi, vede “di buon occhio che il Parlamento apra una commissione di indagine, o sindacati di valutazione, sul sistema bancario degli ultimi 10 anni. Mi sembra un’ottima idea“. E con questo abbiamo la certificazione che non se ne farà nulla di buono: perché da quando esiste il Parlamento le commissioni d’inchiesta hanno dimostrato di servire a poco e nulla, ma soprattutto di essere come il nazionalismo: ovvero l’ultimo rifugio delle canaglie della politica quando non hanno più nessuno a cui dare la colpa per i propri sbagli. Il sistema del credito italiano ha molti punti oscuri, di cui le quattro banche da salvare e le obbligazioni subordinate dei risparmiatori emerse nell’occasione sono soltanto la punta di un iceberg. Quando a rischiare sarà un istituto di dimensioni maggiori con chi ce la prenderemo?

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