Economia

Il reddito di cittadinanza che piace alla Lega (non assomiglia per niente a quello del M5S)

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Lega e MoVimento 5 Stelle hanno ricevuto la benedizione del padre nobile della coalizione di centrodestra guidata da Matteo Salvini il governo giallo-verde sembra avere concrete possibilità di nascere. Adelante col sovranismo, ma con juicio perché se è vero che su molti temi leghisti e pentastellati hanno ottime possibilità di trovare un accordo su altri la convergenza è meno scontata. Uno di quelli dove l’intesa non sembra essere semplice – stando alle dichiarazioni degli ultimi mesi – è il Reddito di Cittadinanza.

Quando Salvini diceva che il reddito di cittadinanza era “culturalmente sbagliato”

Il Reddito di Cittadinanza è però uno dei cavalli di battaglia del M5S e c’è chi dice che sia tra i principali motivi del clamoroso successo nel Sud Italia. È estremamente difficile che Di Maio voglia rinunciarci, a meno che l’intenzione non sia quella di presentarsi agli elettori dicendo che aveva le mani legate (con il 33%) anche tenendo conto che il M5S ha già iniziato a rimangiarsi parecchie promesse. Ai leghisti però l’ipotesi del reddito di cittadinanza non è mai piaciuta troppo. La Lega la considera una misura di stampo assistenzialista. Esattamente un anno fa a Otto e Mezzo Salvini disse che il RdC «è un un redditto all’immigrazione perché sarebbe finito al 90% nelle tasche dei cittadini stranieri».

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Pochi giorni dopo voto del 4 marzo Salvini definì il progetto del Reddito di Cittadinanza «culturalmente sbagliato» anche qualora si trovassero le coperture. «Pagare la gente per stare a casa – aveva detto Salvini – non fa parte dell’idea di Italia che ho in testa» (curioso vista la sua produttività all’Europarlamento).

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Salvini con i parlamentari della Lega

Ultimamente il segretario del Carroccio ha concesso qualche apertura, promettendo che si sarebbe studiato la proposta di legge pentastellata. A fine marzo Salvini aveva dichiarato di essere favorevole ad una misura “a termine”: «Se il reddito di cittadinanza non è un investimento illimitato per chi sta a casa, aperto a tutti – cosa che mi vedrebbe fortemente contrario perché sarebbe la fine del merito e dell’incentivo a fare impresa e cercare un lavoro – ma un investimento temporaneo per chi ha perso il lavoro ed è in attesa di trovare un nuovo lavoro ne possiamo parlare. Se invece è l’ennesimo provvedimento assistenzialista a tempo indeterminato, aperto a tutti, no perché è la fine dell’idea dello sviluppo». Rimane quindi il timore che i soldi del RdC possano andare a finire nelle tasche degli stranieri.

Un possibile compromesso? Il reddito di autonomia della Regione Lombardia

Qualche tempo fa – stranamente dopo le elezioni – Marco Travaglio aveva detto che l’introduzione del Reddito di Cittadinanza non è praticabile «perché costerebbe troppo». E visto che ne ha preso atto anche il Direttore del Fatto ci sono già le premesse per una revisione della proposta dei 5 Stelle, anche alla luce dell’accordo con la Lega. La Lega Nord infatti ha già varato una misura annuale che alcuni ritengono analoga: è il Reddito di Autonomia ideato da Roberto Maroni nel 2015 in Lombardia. Manco a dirlo il RdA lombardo aveva fatto subito litigare l’allora Presidente della Regione con Salvini che definì il reddito di cittadinanza in salsa lùmbard «un’elemosina di Stato. Allo Stato elemosiniere, io preferisco lo Stato che abbassa le tasse e offre lavoro. Secondo me è un messaggio culturalmente sbagliato». L’idea del reddito di cittadinanza “alla leghista” piace a Claudio Borghi. La Lombardia per altro non è l’unica regione ad aver introdotto misure di inclusione e di sostegno al reddito; lo hanno fatto Basilicata, Molise, Friuli Venezia Giulia, Puglia e Provincia Autonoma di Trento.

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Salvini diede la sua approvazione quando ottenne la rassicurazione che la misura era destinata solo ai cittadini italiani che non possono essere reinseriti nel mondo del lavoro. Alcune delle cinque misure previste dal RdA sono simili a quelle del Reddito di Inclusione. Quella che più interessa i 5 Stelle è il PIL acronimo che sta progetto di inserimento lavorativo e che prevede fino ad un massimo di 1.800 euro in 6 mesi – ovvero 300 euro al mese – a titolo di indennità di partecipazione, per la fruizione di servizi di politica attiva di orientamento, accompagnamento e formazione previsti da Dote Unica Lavoro. Per accedere PIL occorre essere da oltre 3 anni disoccupati senza alcuna integrazione al reddito, essere in difficoltà economica, avere un reddito inferiore a 20.000 euro ed essere residenti in Lombardia da almeno 5 anni.

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Siamo quindi molto lontani dalla proposta pentastellata che invece promette di dare 780 euro al mese ai disoccupati e di alzare a 780 euro al mese il reddito tutti coloro (pensionati e lavoratori) che non arrivano a percepire 780 euro al mese. In buona sostanza il Reddito di Autonomia della Lombardia è il REI, anch’esso vincolato ad un progetto di inserimento lavorativo. L’ipotesi più probabile è a questo punto quella già avanzata dal Presidente dell’INPS Boeri di aumentare le risorse per il Reddito di Inclusione sociale. Con il vantaggio di gravare meno sulle casse dello Stato dei 30 miliardi previsti per la manovra a 5 Stelle ma con lo svantaggio di non essere quello che i 5 Stelle hanno promesso in campagna elettorale. In ogni caso la proposta del M5S non è di immediata attuazione perché prima bisogna procedere alla riforma (da due miliardi di euro) dei centri per l’impiego, e non è affatto detto che il governo Lega-M5S riesca a durare tanto a lungo da vederla ultimata.