Politica

I soldi a Radio Padania e Di Maio che finge di cadere dal pero

Il ministro dice che sono stati assegnati dal PD, ma sbaglia il fondo di riferimento. Poi promette interventi, come per le trivelle

Ieri Repubblica ha raccontato dei 70mila euro a Radio Padania che il MISE di Luigi Di Maio si prepara a versare e probabilmente a raddoppiare entro marzo in caso di una eventuale redistribuzione della quota di extragettito del canone Rai 2017. Il ministro ha reagito, ma come scrive oggi il quotidiano non centrando il punto:

«I criteri per cui risultato assegnati sono di un bando fatto nel 2017. Praticamente i soldi a Radio Padania glieli ha dati il Pd. Che geni! Mi duole informare la sedicente sinistra che nell’elenco c’è anche Radio Popolare, emittente cara a Laura Boldrini, a cui spetterebbero solo quest’anno più di 370.000 euro».

Peccato però che i contributi per Radio Padania non provengano dalla quota di “Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione” in capo alla Presidenza del consiglio, cioè quello falciato dalla riforma grillina, ma dalla quota in capo al Mise di Di Maio.

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Per capirci: l’emendamento dello scorso dicembre alla legge di Bilancio, già definito “liberticida” dalla Fnsi perché mette a rischio la sopravvivenza di un centinaio di testate, cancella una legge del 1990, di cui beneficia Radio Radicale, e taglia i finanziamenti previsti da un decreto effettivamente approvato durante il governo Gentiloni. Sono quelli ai giornali di carta, come Avvenire, o il Manifesto, insomma “i nemici”.

Ma i 70.000 euro per Radio Padania, e i 370.000 di Radio Popolare, consistono in tutt’altra cosa: sono regolati da un Decreto del Presidente della Repubblica (Dpr 146/2017), in attuazione della legge di stabilità 2016, e sono a carico del Mise, come del resto si legge sul sito web del ministero. Soldi pubblici che i grillini, non sentendosi minacciati in questo caso, non hanno toccato.

Di Maio quindi ha sostenuto di aver “predisposto un supplemento di istruttoria sulle radio politiche che otterranno questi finanziamenti grazie al bando del Governo Gentiloni”. Questo, secondo lui, vuol dire che “ancora non abbiamo assegnato un solo euro a nessuna emittente radiofonica”. Piccolo passo indietro: vi ricordate la storia delle trivelle? Quando venne fuori la vicenda dei permessi dati da MISE e ministero dell’Ambiente il ministro sostenne che bisognava firmare per forza le autorizzazioni altrimenti il dirigente responsabile sarebbe andato a processo. Poi, qualche giorno dopo, disse che il M5S aveva preparato un emendamento alla legge per fermare tutte le “ricerche”, ovvero anche quelle autorizzate. Quindi, lo ammette lo stesso Di Maio, era possibile fare una legge per fermare le trivelle per tutto il 2018 ma il ministro se ne è fregato ed è intervenuto solo quando i No-Triv hanno cominciato a lamentarsi. Qui, sui soldi a Radio Padania, Di Maio sostiene di aver aperto un’istruttoria, guarda caso dopo che i giornali ne hanno parlato. Già questo basta per capire come finirà.

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