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Quello che ancora non torna nella storia della Lega e dei 300mila euro in bond ArcelorMittal

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Ieri il tesoriere della Lega Giulio Centemero, a cinque mesi dalla pubblicazione del libro che ne parlava, ha finalmente fatto chiarezza sui bond ArcelorMittal in cui il Carroccio aveva investito 300mila euro, dichiarando che le obbligazioni sono state cedute a gennaio 2015 (erano state comprate nel 2011) e annunciando querele ai giornali che avevano parlato della vicenda e al MoVimento 5 Stelle che l’ha tirata fuori nei giorni scorsi. Prima della pubblicazione del libro i due autori avevano chiesto conto della vicenda al partito di Salvini che non aveva risposto. Giuliano Foschini su Repubblica però dice che c’è ancora qualcosa che non torna:

La Lega – come hanno documentato Giovanni Tizian e Stefano Vergine sull’Espresso e nel Libro nero della Lega- nel 2013, quando Salvini diventa segretario, ha nel portafoglio 300mila euro di bond di Arcelor Mittal. Gli investimenti totali sono per 1,2 milioni (ci sono anche poste su Mediobanca e sugli spagnoli di Gas Natural) e lì rimangono per almeno due anni.

Eppure, non potrebbero: una legge sul finanziamento dei partiti del 2012 vieta infatti di scommettere in borsa se non su titoli di stato italiani o dei paesi europei. Perché, quindi, la Lega tiene in pancia il bond di Arcelor almeno fino al 2015, quando Centemero lo dismette? Tra l’altro la dismissione avviene nel periodo peggiore per le casse della Lega, nonostante i bilanci del Carroccio raccontino di maggiori entrate (tra cui appunto la dismissione dei titoli, probabilmente, anche se non viene indicato esplicitamente) e minori spese.

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I bond ArcelorMittal della Lega (foto da: Twitter)

Tizian e Vergine contano che il patrimonio netto leghista alla fine del 2014 valeva 13,1 milioni e un anno dopo, assai a sorpresa stando ai numeri, si dimezza: la Lega in un anno perde cinquecentomila euro al mese.

Tornando al tema Arcelor, Repubblica ha ricostruito anche i rapporti tra il partito e l’azienda. Sin dal principio i dirigenti della multinazionale dell’acciaio hanno trovato, infatti, in Salvini e nei suoi uomini anche di governo la sponda migliore per cercare di fermare le spinte anti azienda dei 5 Stelle. È la Lega a firmare un ordine del giorno per evitare che già un anno fa fosse tolto, come effettivamente non accadde, lo scudo penale.

La vicenda più strana accadde però a giugno, quando nel governo giallo-verde spuntò – per paura che la Corte Costituzionale cassasse la norma – l’ipotesi della cancellazione dello scudo penale. Gli uffici legislativi del Mise e gli uomini di Arcelor avevano trovato una sorta di accordo. Ma poi improvvisamente da Londra arrivò la bomba: «Se salta la norma noi andiamo via». «Chi e che partita si sta giocando?» chiese Di Maio, allora ministro allo Sviluppo economico ai suoi. Che gli rivelarono un particolare: pochi giorni prima l’ex sottosegretario leghista Edoardo Rixi aveva avuto un lungo incontro con gli uomini di Arcelor.

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