Economia

Prosciutto di Parma, a rischio il DOC

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Quattro ispettori dell’Istituto Parma qualità (Ipq) – l’ente incaricato dei controlli sulla filiera del prosciutto di Parma – si sono dimessi «per le difficoltà di gestione e le scelte non condivise» – come recita una circolare interna del 3 giugno – con i soci dell’organizzazione. Tra cui ci sono – in evidente conflitto di interesse – i produttori e i macelli che loro devono supervisionare.  L’Ipq è stato “sospeso” senza spiegazioni per tre mesi, è la seconda volta in due anni, dall’ente di vigilanza. La questione va a incrociarsi con l’utilizzo dei maiali danesi che ha portato a processi, condanne e “smarchiature”. Spiega oggi Repubblica:

 La marchiatura delle cosce è congelata da due settimane e negli impianti di stagionatura sulle colline di Langhirano sono parcheggiati in una sorta di limbo 3,5 milioni di pezzi – un terzo della produzione annuale – in attesa di capire se e quando potranno ottenere la corona impressa a fuoco del prosciutto di Parma.

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Prosciutto di Parma, la filiera (La Repubblica, 20 giugno 2019)

Il prosciutto di Parma ha un giro d’affari di 1,7 miliardi l’anno e dà lavoro diretto a 5 mila persone, 50 mila con l’indotto. E l’uno-due degli ultimi dodici mesi è arrivato in un momento nero per il settore, penalizzato dalle etichette “salutiste” allo studio della Ue e dalla fatwa dell’Oms che ha definito cancerogeni i salumi. «Qualche colpa ce l’abbiamo – ammette con trasparenza Thomas Ronconi, presidente dell’Associazione nazionale allevatori suini e membro senza voto del consorzio di Parma -. Un occhio esperto, per dire, avrebbe dovuto accorgersi prima della presenza di maiali “danesi” in filiera, sono molto più magri dei nostri». Che fare? «Dobbiamo ricominciare a lavorare come si deve e affidare i controlli a un ente terzo».

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