Economia

Perché Conte non chiude le fabbriche

Il premier dice che se si chiude la produzione della plastica, potrebbero mancare le bottiglie per l’acqua, o i contenitori, se fermi quella del cartone.

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Perché Giuseppe Conte non chiude le fabbriche? Ieri una serie di scioperi spontanei ha colpito gli stabilimenti nel Nord Italia, dove gli operai hanno incrociato le braccia per ragioni di sicurezza legate all’emergenza Coronavirus. Ma il presidente del Consiglio non pare per ora intenzionato a fermare anche il sistema produttivo, nonostante le richieste che gli arrivano dai sindacati.

Perché Conte non chiude le fabbriche

Questo perché, scrive oggi Ilario Lombardo sulla Stampa, ci sono secondo il premier dei motivi oggettivi, che fornirà in un confronto in videoconferenza con le associazioni degli industriali e le sigle sindacali, alla presenza dei ministri del Lavoro, dello Sviluppo economico e dell’Economia.

Per prima cosa illustrerà il protocollo di sicurezza nelle fabbriche a tutela della salute dei lavoratori, contenente le linee guida da attuare in ogni singolo stabilimento: dotazione di mascherine (le nuove che arriveranno saranno divise tra sanitari e operai), distanza di sicurezza, nei reparti e in mensa, sanificazione degli ambienti e dotazione di gel e disinfettanti per la persona. Poi, il premier spiegherà con quale criterio ha scelto le attività da tenere aperte.

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Gli interventi attesi per l’emergenza Coronavirus (Il Sole 24 Ore, 13 marzo 2020)

«C’è una filiera produttiva che è interconnessa e ogni decisione ha conseguenze che devono essere calcolate». L’altro ieri, nel lungo pomeriggio che ha portato al videomessaggio che ha annunciato il blocco nazionale delle attività commerciali, Conte si è riunito con un gruppo di lavoro che ha pensato a lungo quali settori includere e quali no. A molte domande che oggi si fanno gli italiani nel governo hanno tentato di dare una risposta. Le fabbriche? Se chiudi la produzione della plastica, potrebbero mancare le bottiglie per l’acqua, o i contenitori, se fermi quella del cartone.

Se le industrie non producono la componentistica, rischiano di saltare i macchinari che hanno bisogno di ricambi. «L’Italia non è la Cina, non ha la sua estensione geografica – è la spiegazione di Conte – Non si può fermare tutto, anche perché serve mantenere le condizioni minime di produzione per affrontare l’emergenza sanitaria». Quando la regione di Hubei, epicentro del contagio globale, è stata sigillata e desertificata, costringendo le persone a blindarsi in casa, fermando trasporti e industrie, c’era comunque il resto del Paese che garantiva le linee di produzione essenziali.

C’è però un problema: non è possibile pensare a una scarsità di prodotti a causa della chiusura delle fabbriche in primo luogo perché esistono le scorte (e prima di dar fondo a queste passerebbe comunque del tempo) e in secondo luogo perché esiste il settore estero. Lo stesso settore estero dove ci stiamo approvigionando di mascherine e di apparecchiature per la terapia intensiva. Questo sempre se stiamo parlando di un’emergenza che finirà a breve: ovvero il 25 marzo, data di scadenza delle misure su Italia Zona Rossa, o il 3 aprile, la data del decreto sull’Italia zona protetta. Ecco quindi che il ragionamento di Conte non ha senso se parliamo di un’emergenza destinata a finire in due o tre settimane o in un mese. Se invece è vero quello che dice Walter Ricciardi, ovvero che forse riusciremo a chiudere l’emergenza a Ferragosto, allora il comportamento del premier ha perfettamente senso.

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