Economia

Pensioni, quota 100 sarà per pochi

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Quota 100, sì ma con 38 anni di contributi o niente. Per questo quota 100 diventa 101, 102, 103 e la cancellazione della “vigliacca” (secondo Salvini) riforma Fornero porterà in pensione nel 2019  la cifra di 373mila italiani, ovvero tutti coloro che hanno almeno 62 anni di età (o più) e contano almeno 38 anni di contributi. Per tutti gli altri – compresi quelli che hanno accumulato i famosi 41 anni di contributi, ahimè insufficienti – non c’è niente da fare: dovranno aspettare. Così come attenderanno quelli che speravano che bastasse raggiungere «quota 100» anche con 63 anni e 37 di contributi o 64 e 36. Il conto sarebbe salito moltissimo, e i potenziali neopensionati sarebbero diventati più di 500.000.

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Pensioni, le ipotesi i riforma (Corriere della Sera, 20 settembre 2018)

In più, ieri Tito Boeri, presidente dell’INPS in scadenza, ha spiegato che il 40 per cento delle risorse che verranno spese per favorire le uscite in pensione anticipata riguarderanno il lavoro pubblico. In altre parole, spiega oggi La Stampa in un articolo di Roberto Giovannini, nonostante in Italia i dipendenti pubblici – ministeriali, personale degli enti locali, enti pubblici, scuola, sanità e così via – siano circa 3,8 milioni in tutto (un po’ meno del 15 per cento del totale della forza lavoro attiva nel Paese), saranno proprio i dipendenti pubblici ad essere fortemente sovrarappresentati: il 40 per cento dei 373mila pensionati anticipati proverrà proprio dalle file del pubblico impiego.

E il mondo del lavoro privato? Non saranno moltissimi, dicono gli addetti ai lavori, coloro che verranno avvantaggiati dallo scivolo. Anzi: la Cgil – che certo non critica il provvedimento varato dal governo giallo-verde – calcola che sorgeranno seri problemi per i circa 40.000 lavoratori «precoci» e «usurati», che ogni anno non potranno più utilizzare il più favorevole meccanismo varato dal governo Gentiloni, destinato a chiudere i battenti.

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