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Lorenzo Marinelli e Daniel Bazzano: le risate dopo aver sparato a Manuel

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Ci sono le risate e la guida spericolata per festeggiare gli spari a smentire Lorenzo Marinelli e Daniel Bazzano e la loro versione dei fatti sul ferimento di Manuel Bortuzzo in piazza Eschilo all’Axa. Una testimone citata nel decreto di fermo racconta di aver visto due uomini in scooter dopo i tre colpi indirizzati a Bortuzzo che correvano spericolati a cento metri dalla zona dell’agguato.

 

Lorenzo Marinelli e Daniel Bazzano: urla e risate dopo gli spari a Manuel

Scrive il Corriere che la ragazza parla di «guida spericolata» radente alle auto in sosta, tanto da costringere la sua amica a fare un salto indietro «per non essere investita». Una versione che è in chiaro conflitto con quella fornita dall’avvocato di Marinelli, Alessandro De Federicis, il quale sosteneva che Bazzano non sapesse nulla delle intenzioni di sparare e che avesse agito impaurito dalle minacce ricevute nei confronti della sua famiglia (entrambi hanno una compagna e dei figli molto piccoli).

L’ipotesi degli inquirenti è che all’O’Connell Pub di piazza Eschilo fosse in corso un vertice tra bande rivali per dirimere questioni legate allo spaccio. Summit poi degenerato in pugni, calci, lancio di sgabelli e posacenere. Coinvolte una ventina di persone, divise tra i due schieramenti. Tra gli avversari di Marinelli e Bazzano, anche membri del clan Iovine, camorra casalese, che nel basso Lazio è ben radicata. Proprio in questa ottica va inquadrato l’altro episodio raccontato dai testimoni: un residente che si è affacciato sulla piazza dopo i tre spari ha sentito i due uomini ridere dopo gli spari e urlare «Ora questa piazza è nostra» (dice Repubblica), o forse un più cinematografico «Se pijamo la piazza» (come la Banda della Magliana che in Romanzo Criminale vuole “prendersi Roma), come racconta il Corriere.

I precedenti dei due sono chiari. Bazzano, 25 anni, a novembre 2012 fu arrestato dai carabinieri per una rapina in un bar di Acilia. Seppur armato e a volto coperto venne riconosciuto dai titolari come l’autore di un analogo colpo pochi giorni prima e messo in fuga. Con l’amico Marinelli, 24 anni, entrambi privi di licenza media e senza un lavoro ufficiale, sono stati otto volte fermati al volante senza patente, e sebbene gli sia stata revocata hanno continuato a guidare. Sempre Marinelli ha ammesso di assumere «una volta al mese» cocaina, ma ha detto di non averlo fatto quella sera.

 

Romanzo Criminale all’Axa

La versione di Manuel, rispetto a quanto trapelato ieri, ha perso il terzo uomo che teneva la pistola: «Dopo essere stati aggrediti, siamo tornati ad Acilia a prendere lo scooter, ho dissotterrato la pistola che avevo trovato due mesi prima in un campo e siamo tornati al locale. Daniel non sapeva che ero armato, ho esploso i colpi in direzione di un ragazzo che ho visto muoversi. Ho sparato in corsa, non ero sicuro di averlo colpito, ho detto a Daniel di continuare dritto e portarmi da mio figlio. Sono profondamente scosso, non so davvero capacitarmi del mio gesto». Scrive ancora il Corriere:

In un filmato della videosorveglianza della tabaccheria, luogo del ferimento, si vede Manuel girarsi (non è chiaro se per gli spari o perché chiamato) e poi crollare al suolo, le gambe immobili mentre la sua ragazza Marina si getta su di lui per soccorrerlo. Il 19enne non aveva né cappello, né cappuccio. Quando ha sparato, Marinelli —che ha chiesto di essere portato a Rebibbia dove suo padre sconta una condanna per droga —non ha neanche aspettato di guardarlo in faccia.

Federica Angeli su Repubblica spiega che gli inquirenti seguono proprio la pista della criminalità organizzata e del ruolo che ha avuto in questa vicenda.  Lorenzo Marinelli è il nipote del boss Stefano, morto all’inizio di gennaio del 2017 in carcere, dove si trovava per scontare una condanna a nove anni di carcere per traffico di stupefacenti.

 Uno spessore criminale acquisito grazie all’apparentamento dei Marinelli col potente clan di camorra degli Iovine e dei Guarnera, padroni indiscussi dei traffici ad Acilia, entroterra di Ostia, il mare di Roma. Infatti, in base alla ferrea spartizione geografica che vige tra i boss del litorale romano i “napoletani”, entrati ad Acilia grazie a due pezzi da novanta della banda della Magliana come Luciano Crialesi e Renato Santachiara, dominavano quella zona. Ostia e il suo litorale erano invece territorio del clan Fasciani (condannato a 160 anni di carcere per mafia) e della famiglia Spada (i cui boss sono al 41bis in attesa di sentenza).

I due erano spacciatori di piccolo calibro secondo gli inquirenti, anche se il tenore di vita mostrato nelle foto su Facebook sembra dire qualcosa di diverso. Si rifornivano di droga a San Basilio.

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La camorra li ha mandati a confessare?

Proprio per questo avevano partecipato al summit in piazza Eschilo: per ricevere il messaggio che dovevano allontanarsi da quelle zone, che erano “regno” di altri. Ma loro non volevano recepirlo, per questo sono stati picchiati e presi a colpi di sedie e posacenere. E dopo sono tornati a vendicarsi.

Volevano colpire un uomo della criminalità organizzata campana. Tanto che, vedendo a terra ferito quello che credevano il loro obiettivo, fuggono esultando. Ma probabilmente già nel giro di poche ore si rendono conto di chi hanno osato sfidare. Così, tra la prospettiva di finire crivellati di colpi in strada (questo il messaggio che viene recapitato loro nelle 72 ore che passano nascosti a San Basilio) e quella di consegnarsi alla giustizia, scelgono il male minore.

Ecco perché, nella versione che consegnano agli inquirenti («Siamo qui perché Manuel deve avere giustizia»), “dimenticano” sia i nomi di chi li ha picchiati, sia il motivo scatenante della rissa. Sperando così di essersi assicurati il perdono di chi non dimentica gli “infami”.

Adesso dovranno affrontare un processo nel quale la pena dipenderà dalle verità che diranno. La procura valuta di contestare l’aggravante mafiosa.

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