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La Regione Lazio come la Lombardia sui malati COVID nelle RSA?

Il governatore Fontana, insieme a Libero e al Giornale, prova a buttarla in caciara sui malati di COVID-19 nelle RSA: vediamo su cosa indaga la procura di Milano e perché i casi sono diversi

Stamattina Il Giornale e Libero hanno pubblicato in prima pagina due articoli che accusavano la Regione Lazio di aver fatto come la Lombardia sui malati di COVID-19 nelle case di riposo regionali. Entrambi gli articoli si riferiscono a una richiesta di disponibilità indirizzata alle RSA ad accogliere pazienti positivi al Coronavirus SARS-COV-2.

La Regione Lazio come la Lombardia sui malati COVID nelle RSA?

«La Regione – si legge – invita i titolari di strutture residenziali per persone non autosufficienti, anche anziane, a manifestare la disponibilità ad accogliere pazienti Covid positivi che non necessitano di ricovero in ambiente ospedaliero». L’avviso è del 28 marzo e rimanda a una sorta di bando analogo, reperibile online. Il tema ovviamente è quello delle
Residenze sanitarie assistite che in tutta Italia, e non solo, sono risultate esposte all’ondata di contagi dilagati negli ultimi 2 mesi. In almeno 5 Paesi europei in strutture simili si è registrata una gran parte dei decessi totali (dal 40 al 50%).

Dopo la pubblicazione degli articoli il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana a Radio Padania ha dichiarato che una delibera simile a quella della Lombardia sulle RSA “era stata presa dal Lazio. Ma al governatore del Lazio non è stato fatto alcun tipo di contestazione”. Secondo Fontana, “si cerca di attaccare l’organizzazione lombarda. C’è un attacco nel confronto mio in quanto rappresentante di una certa parte politica. Si sta facendo quel fuoco incrociato – ha aggiunto – che è sempre stato fatto quando al governo c’era un rappresentante del centrodestra. Qui al governo c’è un rappresentante non del centrodestra, ma in Lombardia c’è un rappresentante del centrodestra”.

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Il problema delle Rsa ,ha aggiunto Fontana, non è lombardo, laziale o italiano “è europeo”. E il motivo è che “quando si riesce ad inserire un virus letale come questo in un luogo dove sono ricoverati – ha spiegato il presidente della Regione – i soggetti più deboli, si rischia di fare veramente un disastro. Però tutte queste cose non vengono dette e si cerca di attaccare l’organizzazione lombarda”.

La risposta della Regione Lazio alla Lombardia sulle RSA

In una nota la Regione Lazio ha successivamente replicato al governatore della Lombardia: “Caro Presidente Fontana, prima di accusare si informi bene. Ancora una volta la Regione Lazio si trova a smentire una bufala diffusa per infangare il lavoro fatto durante questa emergenza dalla giunta Regionale del Lazio. Alcuni giornali, prendendo spunto da una richiesta di disponibilità fatta alle Rsa del territorio dalla Regione per creare strutture esclusivamente Covid, vorrebbero far credere al lettore che, al pari della Lombardia, il Lazio avrebbe facilitato il contagio nelle residenze dedicate agli anziani. È totalmente falso. Sarebbe bastata una telefonata, cosa che anche stavolta alcuni giornalisti non hanno fatto, per conoscere la verità. Quell’avviso pubblicato sul sito regionale aveva come obiettivo di individuare quelle Rsa disponibili a diventare centri Covid, ossia luoghi che avrebbero ospitato esclusivamente pazienti contagiati che non necessitavano di ricovero ospedaliero. Questa scelta è stata fatta proprio per isolare totalmente i contagiati e contenere la diffusione del virus. Quindi nessuna promiscuità tra positivi e negativi, nessuna facilità nel contagio, nessun caso Lombardia nel Lazio. Anzi l’opposto di quanto sembra essere stato fatto in Lombardia: dividere e ripetiamo dedicare strutture esclusivamente al Covid. Una buona pratica validata dall’Istituto Spallanzani, in piena conformità delle linee guida del ministero della Salute e che porterà ora anche all’apertura a Genzano di una Rsa covid totalmente pubblica proprio per continuare l’azione di divisione dei pazienti“. In realtà la richiesta di disponibilità di marzo parlava anche di strutture miste, ovvero con nuclei COVID dedicati e NON COVID:

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Qual è il problema delle delibere della Regione Lombardia sui malati COVID-19 nelle RSA

Posto che la Regione Lazio ha effettuato una richiesta di disponibilità e non ha emesso delibere a differenza della Lombardia, sotto la lente della procura di Milano ci sono tre diverse delibere del Pirellone. La prima è l’ormai famosa delibera di giunta dello scorso 8 marzo, la XI/2906, con cui la Regione prevede la possibilità di trasferire malati Covid-19 a bassa intensità nelle case di riposo, se queste possono garantire strutture autonome e isolamento del paziente, di cui abbiamo parlato quando Luca Degani, presidente di Uneba (l’associazione delle case di riposo lombarde), l’ha definita come “la delibera che ha portato il coronavirus nelle RSA”. La procura intende verificare se, al contrario, non ci siano stati enti che hanno accolto malati senza poter garantire l’isolamento tra vecchi e nuovi ospiti, positivi al virus. Facendo in questo modo esplodere quei focolai che hanno provocato centinaia di decessi nelle Rsa.

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La delibera della Regione Lombardia

In particolare nella delibera si dispone l’istituzione di una “Centrale unica regionale dimissione post ospedaliera” che riceve le richieste di dimissione degli ospedali per acuti, e individua in modo appropriato la struttura di destinazione». La Regione ha assegnato questo ruolo proprio al Pio Albergo Trivulzio, il cui direttore oggi è indagato per omicidio colposo. Spiegò qualche giorno fa Sandro De Riccardis su Repubblica:

La Regione ha sempre dichiarato che sono quindici le residenze che hanno accolto i malati Covid-19: sette nel territorio dell’Ats di Bergamo, cinque di Milano, due nell’Ats della Val Padana, uno di Brescia. Non ha però mai reso pubblico quali fossero. Queste residenze hanno effettivamente i requisiti previsti dalla delibera? Sono cioè «autonome dal punto di vista strutturale, con padiglione separato dagli altri o struttura fisicamente indipendente», come chiede la norma? In queste settimane, sono state decine le testimonianze di familiari che hanno denunciato l’arrivo di anziani malati Covid-19 nelle strutture dei loro cari. Il sospetto degli inquirenti è che il virus sia dilagato perché non è stato mantenuto l’isolamento. E vogliono capire se, prima di inviare pazienti, ci siano state ispezioni da parte della Regione.

La seconda delibera è la XI/3020 del 30 marzo, che garantisce alla residenza una retta giornaliera di 150 euro, pagato dalla Regione. E alcuni enti potrebbero aver celato l’assenza dei requisiti pur di incassare ricchi finanziamenti. La terza è la delibera XI/3018, con cui la giunta ha disposto il divieto di accesso nelle residenze per anziani ai familiari e dato indicazione di non trasferire nei pronto soccorso gli ultra 75enni.

«Nel caso di età avanzata (oltre 75 anni) e presenza di situazione di precedente fragilità o di più comorbilità — si legge nel documento — è opportuno che le cure vengano prestate presso la stessa struttura, per evitare ulteriori rischi di peggioramento dovuti al trasporto e all’attesa in pronto soccorso». Nei giorni di maggiore saturazione degli ospedali, il provvedimento intendeva evitare ulteriori afflussi di pazienti. Ma molti anziani, nelle case di riposo sono rimasti senza cure e assistenza. E alla fine sono morti.

Giuseppe Guastella sul Corriere della Sera ha spiegato che tra le strutture indagate ci sono la Casa famiglia di Cesano Boscone, anch’essa perquisita, la Anni Azzurri a Lambrate e il Don Gnocchi. Quasi tutti i fascicoli sono stati aperti dopo le denunce presentate dai parenti degli anziani morti come mosche o dai sanitari contagiati proprio per la carenza di protezioni personali nelle strutture in cui lavoravano diventate focolai di infezione.

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Le delibere di Regione Lombardia sui malati ex COVID-19 (Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2020)

Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano ha scritto che solo dal 15 aprile l’Ats locale ha chiesto ai vertici delle Rsa di inviare l’elenco nominativo degli ospiti con sintomi Covid, per sottoporli ai tamponi.

“E solo da venerdì scorso hanno iniziato a fare radiografie”, dice Augusto Baruffi, presidente della Fondazione Anni Sereni di Treviglio (Bg), a cui fa capo una casa di riposo con 145 posti letto.“ Abbiamo avuto 34 decessi. Solo ora l’azienda sanitaria ci ha garantito venti tamponi, e scaglionati nel tempo”. Secondo Gallera il trasferimento dei pazienti Covid nelle Rsa a seguito delle delibere della Regione non ha provocato “contaminazioni ”.

È un fatto però che nelle case di riposo lombarde il 70% dei circa 2mila decessi, come risulta da uno studio dell’Iss, sia avvenuto proprio nel mese di marzo. Il Fatto chiede inutilmente alla Regione da più di tre settimane i dati precisi sui pazienti Covid trasferiti nelle case di riposo (e negli hospice). Per stessa ammissione della Regione, il 27 marzo erano circa il 30% del totale dei dimessi “clinicamente guariti”, cioè senza più sintomi, in fase di negativizzazione, ma ancora potenzialmente contagiosi. Vale a dire – a quella data – qualcosa come 2.400 persone. L’assessore Gallera ha poi ridimensionato drasticamente: solo 147, trasferiti in 15 strutture, tra cui anche il Trivulzio.

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