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Il paese dove i divieti valgono per i runner ma non per i mafiosi

Un paese in cui poliziotti e GdF inseguono un runner con un elicottero ma nessuno vede cento persone al funerale di un mafioso è destinato a morire di furbizia, altro che Coronavirus

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Che paese è quello dove un runner viene inseguito in diretta televisiva dalle telecamere di Barbara D’Urso ospitate da un elicottero della Guardia di Finanza e a Messina un centinaio di persone partecipa senza alcun controllo al funerale del fratello di un boss? Un paese dove, evidentemente, le regole non valgono per tutti e lo Stato e mostra i muscoli solo con i più deboli.

Barbara, lo stiamo inseguendo!

Ieri a Pomeriggio 5 l’inviata del programma era a bordo di un elicottero della Guardia di Finanza per far vedere in diretta il lavoro di alcuni agenti che, a Jesolo, inseguivano un uomo colpevole di aver passeggiato in spiaggia violando la quarantena per l’emergenza sanitaria: “Ecco Barbara, Barbara! L’uomo ha aumentato il passo e sta scappando, lo stiamo inseguendo! Si sta allontanando tra le case e lo stiamo inseguendo! Andrea, inquadra!”, le parole dell’inviata in collegamento con lo studio mentre sorvolava la Laguna.

La caccia al fuorilegge ad uso e consumo di telespettatori indignati è proseguita anche su Rai 3 dove Agorà ha mandato in onda un identico servizio con una agente che urla a un runner: “Si fermi, c’è il drone”.  Il programma di “approfondimento politico” è riuscito nella non facile impresa di fare peggio della D’Urso. Tutto il servizio è stato sottolineato dalle note della Cavalcata delle Valchirie di Wagner come nella scena del bombardamento al napalm del film Apocalypse Now.

Il sindaco che vede la pagliuzza nello Stretto e non la trave sotto casa

A Messina, intanto, né il sindaco “barricadero” Cateno De Luca, che finora si era fatto notare per i blocchi ai traghetti provenienti da Villa San Giovanni e  una serie di scontri e polemiche mussoliniane con il governo nazionale e, soprattutto, con la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, né le forze dell’ordine sembrano essersi accorti di quello che succedeva venerdì nella sua città. Eppure, in questo periodo, dove nessuno ha diritto a un funerale (le salme vengono portate direttamente al camposanto e alla benedizione al cimitero possono assistere solo due congiunti prossimi, ma solo se si tratta di decessi non causati da coronavirus) e, soprattutto dove sono vietati gli assembramenti, sembra davvero strano che proprio nessuno abbia notato un centinaio di persone che omaggiavano la salma del fratello di un boss mafioso. Eppure Cateno De Luca sembrava avere una vista da falchetto quando in una occasione ha schiaffeggiato quattro ragazzi provenienti da Reggio Calabria ai quali voleva interdire l’ingresso a Messina.

gazzetta del sud rosario sparacio

E’ stato giornale La Gazzetta del Sud a pubblicare una serie di fotografie che hanno immortalato un assembramento creatosi durante il corteo funebre per Sparacio, fratello di un ex boss mafioso diventato collaboratore di giustizia. Amici e parenti hanno percorso diverse centinaia di metri, a piedi o a bordo di auto e moto, per accompagnare il feretro al cimitero. Tra i primi a denunciare l’episodio è stato Claudio Fava, presidente della Commissione Regionale Antimafia dell’Ars: «Mentre in Italia non si celebrano pubblicamente funerali né matrimoni, com’è stato possibile che a Messina in cento abbiano accompagnato al cimitero il feretro del fratello di un capomafia? Dal sindaco Cateno De Luca, sempre pronto a rumoreggiare con la fascia tricolore al petto, stavolta è venuto solo il silenzio».

Il paese dove inseguono un runner con un elicottero e nessuno vede 100 persone al funerale di un mafioso

Il sindaco Cateno De Luca, scrive letteraemme.it, “ha assunto una posizione molto “morbida”, prima definendolo “presunto”, spiegando di non averne parlato perché ci sono indagini in corso, e poi addirittura liquidandolo come “inesistente“. “Non è mai esistito”, ha ribadito De Luca in un video. Al terzo contenuto , però, dopo aver incassato la condivisione del post dal nipote del defunto, il sindaco di Messina ha dovuto fare i conti con la realtà e ha ammesso implicitamente che il corteo funebre, vietato dai decreti sulle misure di sicurezza per evitare la diffusione del contagio da coronavirus, c’era stato eccome. Prendendone le distanze in maniera netta e zelante.

de luca sparacio

Sarino, scomparso a 70 anni dopo una grave malattia, era il fratello maggiore di «Gino» Sparacio, in passato boss incontrastato della città dello Stretto, poi diventati collaboratore di giustizia ma non aveva lo stesso calibro criminale. Nel suo casellario, un arresto perché accusato di estorsioni a commercianti messinesi e, poi, una latitanza finita sempre in manette, nel luglio del 1993, nel Foggiano. La cosca Sparacio, retta dal fratello, fra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, omicidio dopo omicidio, divenne quella più potente dello Stretto, e il reggente era considerato referente in loco del capomafia catanese Nitto Santapaola e interlocutore delle più potenti ‘ndrine calabresi. Nel 1994, la decisione di collaborare e le sue rivelazioni portarono in carcere centinaia di persone. Ma il punto in tutto questo è un altro: mentre a Palermo girano i droni, a Venezia e a Roma gli elicotteri, possibile che nessuno si sia accorto che andava in scena un funerale a Messina? Oppure la caccia ai runner che si arrischiano a fare una corsetta è la migliore strategia di distrazione di massa dalla situazione dell’emergenza Coronavirus che in Lombardia peggiora nell’inazione della Giunta e rimane ancora lontana da una soluzione di continuità nel resto d’Italia?

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