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Il barbatrucco di Salvini sulla Gregoretti

@alessandrodamato|

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«Amici, ho deciso. Domani chiederò a chi è chiamato a farlo, e anche ai senatori della Lega, di votare per mandarmi a processo»: Matteo Salvini a Cervia ha annunciato di aver cambiato idea per la miliardesima volta sulla nave Gregoretti e sul voto che oggi nella Giunta per le autorizzazioni a procedere certificherà l’orientamento dell’organo preposto in attesa che il Senato si esprima sull’accusa di sequestro di persona.

Il barbatrucco di Salvini sulla Gregoretti

Riassunto delle puntate precedenti: la maggioranza ha chiesto a più riprese di rimandare il voto sulla Gregoretti di una settimana per evitare di far fare al Capitano la scena della vittima prima delle elezioni in Emilia-Romagna. Un voto ha però sancito che si sarebbe votato oggi alle 17 grazie alla presidente del Senato Elisabetta Casellati, che si è presentata a votare nonostante l’irritualità della procedura. A questo punto i senatori della maggioranza avevano deciso di disertare il voto di oggi in Giunta, lasciando Salvini a farsi salvare dalla Casta. A questo punto che succederà in giunta? Servono 8 senatori su 23 per avere il numero legale. E ci saranno, contando il presidente Maurizio Gasparri di Forza Italia e gli altri tre colleghi del suo gruppo, i 5 della Lega e l’esponente di Fdl. Restano fuori Rossomando, i tre renziani, i sei M5S, Grasso. Forse De Falco. Non ci sarà perché ammalato l’altoatesino Durnwalder.

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Il voto in Giunta su Salvini e la Gregoretti (Repubblica, 20 gennaio 2020)

Ma Salvini, come ha annunciato ieri, chiederà ai senatori della Lega di votare sì. E allora come cambiano i calcoli? Lo spiega oggi Liana Milella su Repubblica:

Siamo a 5 voti per il no all’autorizzazione, cui si contrappongono i 5 sì della Lega. In condizioni di parità, la proposta del relatore viene bocciata. Ma basterebbe un voto, quello di De Falco se decidesse di partecipare e votare sì, per fare la differenza. Poi toccherà all’aula l’ultima parola. Lì la Lega sarà costretta a chiedere il sì all’autorizzazione.

Se in giunta vince il sì al processo, l’aula prende atto e non vota più, a meno che 20 senatori non presentino un ordine del giorno per chiedere il voto. Se invece prevale il no alla richiesta dei giudici, allora l’aula deve votare di nuovo.

Come Salvini prova a fare la scena sulla Gregoretti (ma non gli servirà)

In realtà nulla vieta alla Lega di votare sì all’autorizzazione oggi e cambiare idea in Aula se e quando si voterà. Nel senso che i leghisti sono capaci di fregarsene dell’evidente contraddizione politica e provare comunque a salvare il loro Capitano in Aula, dove i numeri sono comunque ballerini (e la maggioranza è a rischio). Intanto però la decisione di Salvini, presa senza consultare gli alleati sul cambio di marcia, mette in imbarazzo Fratelli d’Italia e Forza Italia, che si erano in precedenza espressi per il no. Gasparri andrà avanti: «Come presidente devo rispettare le procedure e votare entro mezzanotte. Come relatore ho scritto quello che pensavo il 9 gennaio, e di certo non cambio né idea, né il voto». La capogruppo di Fi Anna Maria Bernini ha già detto come la pensa: «La nostra linea è garantista, votiamo sì alla relazione di Gasparri, quindi no all’autorizzazione, come abbiamo fatto per la Diciotti. Di certo non possiamo votare contro noi stessi». Idem il partito della Meloni.

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Ma, ricorda oggi Il Fatto, al Senato le giravolte possono costare caro: evocando la sfiducia al governo, ad agosto, Salvini aveva innescato loshowdowndel Conte I. Aveva provato a ricucire ma ormai la frittata era fatta. E il gioco (per la Lega) è finito malissimo. Inutile poi ricordare che Salvini fece lo stesso identico proclama anche l’anno scorso, di fronte alla richiesta di autorizzazione a procedere per il blocco della nave Diciotti, salvo poi approfittare della disponibilità grillina per sgattaiolare e sottrarsi al giudizio della magistratura. Stavolta però qualunque barbatrucco non lo salverà, come ricorda oggi Gad Lerner su Repubblica:

Salvini che pretende un’assoluzione a furor di popolo dagli spalti di uno stadio, fuori dalle aule del tribunale, è il portavoce di un tribalismo xenofobo che mira a travolgere le regole dello Stato democratico. Non sarà certo un’azione giudiziaria a fermare l’offensiva della destra, ma c’è da sperare che gli italiani se ne accorgano in tempo.

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