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Governo di tregua e voto nel 2019

Un governo istituzionale guidato da una figura apolitica che lavori alla legge di bilancio e affronti le scadenze europee, per poi tornare al voto il prima possibile con o senza una nuova legge elettorale. Questa è l’ipotesi a cui il presidente della Repubblica sta lavorando e che sarà probabilmente oggetto delle prossime consultazioni con i partiti.

Governo di tregua e voto nel 2019

L’unica scelta rimasta dopo il fallimento delle ipotesi di alleanza del MoVimento 5 Stelle con la destra e con la sinistra del Parlamento, che verrà sancita dalla Direzione PD dove i renziani, in grande maggioranza, chiuderanno a ogni possibilità di accordo con i grillini. Ma anche una strada non facilmente percorribile per il Capo dello Stato perché un governo del genere dovrebbe avere il voto, o per lo meno l’astensione, della Lega e/o del MoVimento 5 Stelle per avere i numeri necessari alla Camera e al Senato.

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Le maggioranze possibili (La Repubblica, 6 marzo)

Ma, appunto, il MoVimento 5 Stelle si è già schierato per il voto anticipato (a giugno, anche se non ci sono i tempi) e si prepara a una campagna elettorale dove il “ballottaggio” sarà tra Di Maio e Salvini. Il Capitano ha invece chiuso in più occasioni al governissimo in tutte le salse e siccome ha lo stesso problema dei 5 Stelle – ovvero cominciare una lunga rincorsa per accaparrarsi i voti dei grillini in uscita dopo il tentativo di accordo con il PD – è difficile che la sua posizione cambi senza nulla in cambio.

Il dilemma del prigioniero Mattarella 

Scrive oggi Umberto Rosso su Repubblica che Mattarella lo sa bene. Ecco perché si prepara ad un terzo giro di consultazioni al Quirinale, da gestire quindi in prima persona, probabilmente da lunedì prossimo, dopo la riunione della direzione del PD che oggi certificherà il nulla di fatto anche sulla residuale ipotesi di una maggioranza fra i democratici e il M5S.

Sulla scrivania del presidente nello Studio alla Vetrata stavolta dunque ci sarà un’alternativa, secca, il governo di tregua o le elezioni. Il presidente vuol verificare chi sta di qua, ovvero con gli interessi del Paese, oppure dalla parte del ritorno puro e semplice al voto in nome di un regolamento di conti fra i partiti.

E sull’onda di un’emergenza istituzionale che si profila, il presidente starebbe pensando anche ad un appello, un pressante richiamo ai partiti, nessuno escluso, che stanno trascinando il Paese in un tunnel che pure agli occhi del Colle appare ormai quasi senza via d’uscita.

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I sondaggi e le analisi sul voto in Friuli Venezia Giulia (Corriere della Sera, 3 maggio 2018)

Spiegare pubblicamente che i giochi sono finiti. Sul Colle stanno valutando quando far scattare questo “rien ne va plus”. Forse, potrebbe essere contenuto nello stesso annuncio del capo dello Stato del nuovo giro di colloqui. Per spiegare al Paese le ragioni dell’ennesima chiamata al Quirinale dei partiti, saremmo al quinto round fra incontri diretti del capo dello Stato ed esplorazioni dei presidenti delle Camere, e metterli “in mora” rispetto alle loro responsabilità.

Incapaci di trovare una maggioranza e un premier condiviso. Un nome “terzo”, né Salvini né Di Maio, verrà al quel punto avanzato da Mattarella. Fuori, quasi certamente, dalla ridda di ipotesi che girano (da Cassese a Pajno), puntando su uno dei presidenti delle Camere.

La partita del governo

Se anche questo tentativo dovesse in qualche modo fallire, l’esecutivo rimarrebbe in carica per gestire gli affari correnti in attesa di elezioni in autunno, scavalcando così l’estate e le ragioni che sconsigliano un voto balneare. Oppure, extrema ratio, potrebbe rimanere in carica il governo Gentiloni, a dimostrazione del fatto che in Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio.

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Il sondaggio tra gli elettori PD sull’accordo con il M5S (primo maggio 2018)

Intanto Marzio Breda, quirinalista del Corriere della Sera, immagina un mandato che si fondi sull’idea di una riedizione del patto del Nazareno allargato alla Lega (che però fino a ieri gridava «maiconil Pd»): “Mattarella potrebbe prenderlo in considerazione soltanto quando ne avesse verificato di persona la praticabilità. Per inciso: qualcuno sospetta che l’improvvisa disponibilità di Matteo Renzi per un esecutivo che modifichi la legge elettorale e faccia una riforma della Costituzione nasconda appunto un accordo già concertato con l’ex Cavaliere.

E dopo che succede?

Sia come sia, il punto è cosa succederà dopo. Anche se ci sono già le prime proposte di modifica della legge elettorale, che però puntano a dare un premio di maggioranza ignorando i rilievi della Corte Costituzionale sull’Italicum e sul Porcellum (e quindi si rischia una bocciatura e un ritorno al Rosatellum) difficilmente saranno le elezioni a riportare la stabilità nel paese. Quel che si rischia, al netto di modifiche fantasiose della legge elettorale, è un voto che a ottobre o a dicembre confermi più o meno i risultati del 4 marzo, con un aumento di deputati e senatori per la Lega e per il M5S senza però che questo concorra ad arrivare al magic number per uno dei due schieramenti.

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A quel punto non ci saranno più scuse per chi ha voluto le urne: dovranno risolvere la situazione cedendo qualcosa: il M5S a Berlusconi o la Lega alla frantumazione della coalizione di centrodestra, anche se Salvini pensa di poter svuotare Forza Italia prima dell’arrivo in parlamento di una nuova pattuglia di parlamentari. Poi il governo Lega-M5S potrebbe diventare realtà.

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