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La figuraccia di Bonafede sul palazzo del tribunale di Bari

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«La procedura di individuazione dell’immobile destinato a ospitare gli uffici giudiziari baresi è stata eseguita nel pieno del rispetto delle regole, in maniera pubblica e pienamente trasparente. In seguito a quanto appreso da fonti di stampa, ho chiesto un ulteriore approfondimento»: senza nascondere un certo imbarazzo, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede su Facebook oggi risponde all’articolo di Repubblica che stamattina raccontava come per il tribunale di Bari sia stato scelto un immobile di proprietà di una società di Giuseppe Settanni, l’«unico amico» di cui Tarantini si poteva fidare e l’uomo che ha prestato «centinaia di migliaia di euro» al cassiere del clan mafioso Parisi.

Alfonso Bonafede e il tribunale di Bari nel palazzo dell’amico di Tarantini

L’articolo pubblicato da Repubblica stamattina aveva suscitato una protesta in Parlamento, dove oggi approdava il decreto sul tribunale di Bari. Il Partito Democratico con Alessia Morani ha chiesto che il ministro riferisse sulla scelta della sede provvisoria. Durissima la replica della presidente della commissione Giustizia Giulia Sarti (M5S). “Sono sicura che il ministro saprà assumere le sue decisioni con una assunzione di responsabilità diversa da chi fino ad ora se ne era sempre fregato”, dice sostenendo che Bonafede “ha applicato la legge vigente”. Un atteggiamento quello di Sarti, condannato da David Ermini (Pd): “Ha parlato l’avvocato difensore di Bonafede. altro che presidente della Commissione. Vergognoso”. Subito dopo il PD ha intonato il coro “Onestà! Onestà!” che era un refrain del M5S nella scorsa legislatura. La richiesta è stata respinta da Lega e M5S, che hanno detto no anche alla possibilità di rinviare l’esame del decreto.

alfonso bonafede palazzo giustizia bari

“Il ministro Bonafede venga subito in aula a riferire sui motivi che hanno determinato il trasferimento del Tribunale di Bari in un immobile di proprietà di un imprenditore che prestava soldi ai clan”, ha sostenuto il deputato dem Emanuele Fiano. “Ci auguriamo che il ministro possa smentire questa notizia gravissima”. “In caso contrario – ha attaccato – dovrà spiegare agli italiani la ratio di una scelta tanto onerosa ed inquietante, essendo l’edificio di proprietà di un personaggio che sarebbe legato alla criminalità, quando il sindaco di Bari aveva indicato soluzioni pubbliche più confacenti alle necessita’ e meno gravose. E’ urgente che Bonafede chiarisca”.Alla richiesta si sono uniti Forza Italia e Fratelli d’Italia. “Ministro Alfonso Bonafede assente in Aula a Montecitorio. Maggioranza non risponde in merito a un immobile per sede provvisoria Palagiustizia Bari che, secondo ‘Repubblica’, sarebbe di proprieta’ di un sospettato di aver prestato denaro alla mafia. ‘Onestà-onestà’ lo gridiamo noi”, ha rivendicato il gruppo Forza Italia della Camera dei deputati, sul profilo ufficiale Twitter.

Il palazzo dell’imprenditore amico del cassiere del clan Parisi

A fine giugno Bonafede aveva deciso di sospendere le udienze al tribunale di Bari fino al 30 settembre. Una decisione dettata dalla necessità di risolvere il problema del tribunale che da un mese stava “operando” in una tendopoli allestita nel parcheggio. L’edificio del Palazzo di Giustizia è a rischio crollo: costruito sulla sabbia e abusivo in alcune sue aree, è di proprietà dell’Inail, ed è stato dichiarato inagibile. Dopo la decisione del ministro l’Associazione Nazionale Forense ha indetto uno sciopero di tre giorni mentre il segretario dell’Anm Alcide Maritati con la sospensione si sarebbe finiti per fare un favore ai clan: «così si fanno felici i clan e a tutti coloro che vivono nell’illegalità perché è vero che si sospendono udienze e termini di prescrizione, ma in questa maniera ci sarà bisogno di uno o più anni perché tutto torni alla normalità. Tempo che non verrà detratto al termine di prescrizione».

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Ecco quindi la soluzione, affittare un palazzo (acquistato da un fondo pubblico pochi mesi fa) di proprietà al della Sopraf, società posseduta al 50% da Pino Settanni (l’altro 50% appartiene all’imprenditore Roberto Patano). Costo dell’affare: un milione e 200mila euro circa all’anno per sei anni, fino al 2024. Il 28 settembre del 2015 Settanni venne sentito come testimone (non era indagato) nell’ambito del processo scaturito dall’inchiesta Domino sui rapporti tra la criminalità organizzata e amministratori e imprenditori della città. In quell’occasione Settanni spiegò di essere molto amico di Michele Labellarte – deceduto nel 2009 – ritenuto il cassiere del clan Parisi (il cui boss Savino Parisi venne poi condannato a 10 anni) raccontando di avergli prestato “tanti soldi” 100 o 200 mila euro.

La bagarre in Aula alla Camera e le proteste del PD

Nel frattempo in Aula a Montecitorio durante l’esame del dl palagiustizia c’è stato uno scontro fisico tra deputati di Fdi e, pare, della Lega. L’ANSA riferisce che sono stati visti volare dei ceffoni. Il presidente Roberto Fico ha sospeso la seduta facendo sapere che i tafferugli tra deputati «saranno analizzati con i video dai questori» mentre dai banchi del Pd si urlava “Dimissioni, dimissioni!”.

Durante il suo intervento la deputata PD Anna Ascani ha detto che il governo ha imparato presto «a difendere l’indifendibile» ricordando che ieri  il ministro Bonafede ha detto che l’immobile è già stato assegnato e chiedendo la sospensione della seduta alla luce di quanto rivelato oggi da Repubblica per non far approvare al Parlamento «un atto che trasferisce un tribunale in un edificio di un signore che è colluso con la mafia». Dopo alcuni minuti di sospensione la seduta sul Tribunale di Bari è stata riaperta con Fico che ha ricordato che «Il governo non è un ospite, ha il diritto totale di sedere in questa Aula, ma ricordo al sottosegretario Ferraresi che i membri del Parlamento a norma della Costituzione non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse né dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». Prima dell’interruzione il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi del MoVimento 5 Stelle, in spregio di tutte le regole costituzionali e delle libertà individuali, aveva dichiarato durante il suo intervento di “sentito in quest’Aula delle inesattezze gravi, alcune anche con peso penale di cui ciascuno si assume la responsabilità”. Ferraresi, che è al suo secondo mandato parlamentare, evidentemente non aveva ancora capito che l’Aula è insindacabile.

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