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Bonafede paga un milione di euro per il tribunale di Bari all’amico di Tarantini

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Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, appena nominato, ha dovuto risolvere il problema del tribunale di Bari: l’edificio di via Nazariantz è a rischio crollo: costruito sulla sabbia e abusivo in alcune sue aree, è di proprietà dell’Inail, ed è stato dichiarato inagibile e le aule si sono trasferite in tende fatte montare nel cortile del Palazzo di Giustizia. Il ministro ha prima sospeso le udienze fino al 30 settembre e poi ha svolto una ricerca di mercato che si è aggiudicata una società di proprietà di un amico di Gianpi Tarantini. Il ministero ha quindi ordinato il trasferimento del Palazzo di giustizia di Bari in un immobile di proprietà di Giuseppe Settanni, l’«unico amico» di cui Tarantini si poteva fidare, l’uomo che ha prestato «centinaia di migliaia di euro» al cassiere del clan mafioso Parisi. Spiegano oggi Giuliano Foschini e Francesca Russi su Repubblica:

Settanni è infatti amministratore della Sopraf srl, società di cui la sua famiglia è proprietaria al 50 per cento con l’imprenditore Roberto Patano. Sopraf è proprietaria dell’immobile appena scelto, al termine di una ricerca di mercato, dal ministero della Giustizia per ospitare gli uffici giudiziari penali di Bari che erano ospitati in tende da campo.

Settanni deve essere un imprenditore di razza, uno di quelli che riesce a vedere nel futuro. Ha acquistato infatti il palazzo, sfitto da tempo, da un fondo pubblico, soltanto pochi mesi fa. Un acquisto che si è trasformato in un grande affare: il ministero dovrà infatti pagargli un milione e 200mila euro circa all’anno per i prossimi sei anni, salvo che non si trovi una soluzione definitiva in tempi più brevi.

alfonso bonafede

D’altronde, del grande fiuto per gli affari di Settanni era certo il suo grande amico Gianpaolo “Gianpi” Tarantini, l’imprenditore barese che scalò Palazzo Chigi nel 2011 presentando prostitute all’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi:

«Io ho solo un amico di cui potermi fidare — raccontava Tarantini ai magistrati che lo interrogavano — Pino Settanni». E per questo si spese con lui: attraverso Walter Lavitola, il re dei facilitatori italiani, cercò di procurare all’imprenditore, che all’epoca lavorava nel mondo di rifiuti, un contatto per un appalto con Eni. «Pino — diceva Tarantini — è così straricco che non ha bisogno. Mi diceva: “Se ti danno quello te la gestisci tu, ti faccio un contratto di direttore commerciale, ti prendi il compenso più alto e tu diventi completamente autonomo. Parliamo che potevo gestire cifre — almeno per quello che diceva lui — di 30, 40, 50mila euro al mese. E finalmente potevo svoltare».

Quelle di Lavitola erano però, come spesso gli accadeva, soltanto parole al vento: «Mi ripeteva sempre: “Sì, sì ho parlato con Scaroni, lo stiamo facendo”. Questo Pino, che non è uno scemo, diceva: “Gianpaolo, vedi che ti stanno prendendo in giro”». E così, infatti, era.

Il nome di Settanni torna poi in un’altra indagine della procura di Bari, ma lui non è mai stato indagato: sentito come testimone, ha spiegato di aver prestato soldi a Michele Labellarte, imprenditore considerato il cassiere del clan Parisi.

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