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Cosa stanno diventando i Gilet Gialli

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Visti dall’Italia i gilet jaunes francesi non sembrano poi così diversi dai Forconi e dai “rivoluzionari” del movimento 9 dicembre che qualche anno fa bloccavano il traffico agli incroci e allestivano picchetti sulle rotonde di tutta Italia. Forse è per questo che per ora è stato soprattutto da destra o da ambienti populisti che sono arrivati i messaggi di solidarietà nei confronti dei gilet gialli. A complicare la lettura del fenomeno per gli italiani c’è anche il fatto che al momento le “incarnazioni” nostrane dei gilet gialli sono quelle – ben distinte tra loro – rappresentate da un ex leader dei Forconi (l’ex Generale dei Carabinieri Pappalardo) e dal Coordinamento del pentastellato no-Bolkestein Ivan Della Valle.

La visione dell’Internazionale giallo-nera è sbagliata

In Italia i gilet gialli però non hanno ancora iniziato la loro protesta. In Francia invece da settimane migliaia di persone sono in piazza per manifestare “contro Macron”. La protesta però, nonostante quello che viene raccontato, si è evoluta e probabilmente si sta evolvendo. Per la maggior parte degli italiani però i gilet jaunes sono ancora dei populisti di destra (o in ogni caso destrorsi) che non vogliono la tassa sulla benzina di Macron. Qualche giorno fa su Twitter il Partito Democratico affrontava il tema parlando di un’Internazionale giallo-nera scrivendo che la violenza delle proteste di Parigi “riunisce sovranisti di tutti i colori contro Europa e democrazia”. In copertina le foto di Marine Le Pen, Alessandro Di Battista, Matteo Salvini e Steve Bannon. Persone che senza dubbio hanno cercato di cavalcare la protesta ma non significa che la rappresentino nella sua interezza.

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Il punto è che i gilet gialli non sono fascisti, neofascisti o sovranisti. O meglio: non sono solo quello. Quella che è iniziata come una protesta contro l’ecotassa sui carburanti (una tassa simile, ma che penalizza le motorizzazioni più inquinati è stata introdotta anche dal governo gialloverde italico) è diventata altro. Per rendersene conto basta leggere il documento deonominato “Charte Officielle des Gilet Jaunes” con i 25 punti che riassumono le molte richieste (e le molte anime) della protesta.

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Venticinque punti che sintetizzano la richiesta di un cambiamento radicale che va ben oltre il prezzo della benzina e che a fianco di elementi sicuramente sovranisti come la Frexit, la scrittura di una Costituzione a tutela degli interessi del “popolo sovrano” e l’uscita dalla NATO (anche se bisogna ricordare il complicato rapporto della Francia con l’Alleanza Atlantica). Altre invece riguardano misure economiche a sostegno della povertà come ad esempio il pianoper la costruzione di 5 milioni di abitazioni con affitto calmierato (Habitation à Loyer Modéré).

Cosa è successo in Francia in questi ultimi giorni

È però sbagliato sostenere, come fa il PD, che si tratta di un movimento “antidemocratico”. Una protesta, anche se con episodi violenti, può essere una lotta per chiedere maggiore democrazia (è successo ad esempio con le primavere arabe del 2011) o per dire al governo, ed è il caso francese, che si sta comportando in maniera antidemocratica. Macron stesso, dopo le proteste di Parigi, è stato costretto ad ammettere di aver sbagliato e ha annunciato di voler accogliere alcune delle istanze dei manifestanti. Briciole, le ha definite Marta Fana su Jacobin Italia spiegando che non faranno altro che alimentare un’ulteriore frattura nella società francese. Non una frattura tra populisti-sovranisti e europeisti convinti ma tra poveri e ricchi.

Su Le Monde l’antropologo David Graeber, che si occupa proprio di movimenti di protesta, ha scritto che una delle caratteristiche principali di un movimento davvero rivoluzionario è quello di sfuggire alle categorie convenzionali del discorso politico. E i gilet gialli non lo fanno nel modo in cui lo ha fatto in Italia il M5S, ovvero auto rappresentandosi come “post ideologici” o “né di destra né di sinistra”. Lo fanno perché, secondo Graeber, gli intellettuali e i media hanno perso la capacità di comprendere i cambiamenti politici e sociali degli ultimi dieci anni.

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Un esempio di banalizzazione della protesta dei gilet gialli

Mano a mano che i Gilet Gialli continuano a scendere in piazza a protestare c’è chi si rende conto che definirli “fascisti” o “sovranisti” è una categorizzazione di comodo. Una che magari serve, in Italia, per difendere un presidente (Macron) che avrebbe dovuto diventar l’esempio di come si arginano i populisti e si fa ripartire “la sinistra” (peccato che Macron non sia di sinistra). Ma se Macron ha deciso di prendere sul serio i gilet jaunes perché non lo dovremmo fare anche noi in Italia? Edouard Louis ha scritto che la narrazione del fenomeno trasuda disprezzo di classe perché «i poveri un giorno sono autentici e bravi, il giorno dopo diventano razzisti e omofobi». Certamente ci sono stati, come ha ricordato Leonardo Bianchi su Vice, episodi di razzismo e omofobia e si è vista qualche croce celtica. Così come dopo l’attentato di Strasburgo molti gilet gialli hanno gridato al complotto, rivelando l’esistenza di una vena cospirazionista anti-NWO. Ma questi singoli episodi non sono sufficienti a ricomprendere una descrizione complessiva di un fenomeno che da quando è comparso ha continuato a modificarsi.

Oggi i gilet jaunes non manifestano più contro la taxe carbone ma per motivi diversi. Non è più una protesta “anti-ecologista” – anzi alcuni ecologisti si sono schierati a fianco dei manifestanti con una dichiarazione di sostegno – ma una protesta contro la povertà e contro le misure economiche del governo francese a favore dei ricchi. Ricchi che a loro volta non sono solamente “radical chic” di sinistra (o presunti tali). In Francia ora per molti la questione non è più “sono fascisti?” ma “sono a favore o contro la rivoluzione“. Da noi è ancora presto per porsi queste domande, in fondo il cambiamento è già al governo, come ci ricordano Conte e soci, perciò possiamo permetterci di smettere di guardare ai gilet gialli come una copia dei forconi (o del MoVimento 5 Stelle, come ha suggerito Grillo qualche giorno fa) e prendere atto dell’evoluzione dei gilet jaunes che da protesta di pochi contro una tassa sulla benzina sono diventati la protesta di molti che rivendicano una maggiore attenzione agli ultimi. Fino a che il movimento non si cristallizzerà attorno ad un soggetto politico (esistente o creato ex novo) questa evoluzione è destinata a continuare e la cosa migliore che i giornali possono fare è dare conto della trasformazione e smettere di tentare di incasellare i gilet gialli in una narrazione preconfezionata.

Foto Copertina via Twitter.com

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