Economia

La grande fuga delle banche dai BTP

In agosto le banche italiane si sono alleggerite dei titoli di Stato che avevano in portafoglio e l’esposizione del sistema creditizio nazionale è scesa di quasi nove miliardi

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L’aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato italiano ha una serie di conseguenze dirette e indirette per le banche. La perdita di valore dei 264 miliardi di euro in obbligazioni che i nostri istituti di credito hanno in pancia finisce per erodere il coefficiente patrimoniale delle grandi banche e di diventare un dramma per le piccole come Ubi Banca e Banco BPM oltre a mettere qualcun altro a rischio aumenti di capitale. L’aumento dei rendimenti colpisce anche la liquidità delle banche, spiega oggi Ferdinando Giugliano su Repubblica:

Gli istituti di credito si finanziano, oltre che tramite i depositi, sul mercato dei capitali. I rendimenti dei titoli di Stato sono un punto di riferimento per determinare il costo del funding di una banca: più alto è il rischio associato a un Paese, più cara sarà questa liquidità. Un primo pericolo di questo processo è che le banche — anche le più solide — scarichino questi costi sui clienti, aumentando i tassi su prestiti e mutui.

Il secondo è che le banche più deboli si possano trovare in una crisi di liquidità, soprattutto se dovesse esserci anche una fuga di depositi verso gli istituti più sani. In questo caso, il pericolo di fallimento potrebbe essere più rapido e difficile da scongiurare.

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L’esposizione ai BtP delle banche italiane nel 2015 (Corriere della Sera)

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Per questo, racconta oggi Federico Fubini sul Corriere, in agosto le banche italiane si sono alleggerite dei titoli di Stato che avevano in portafoglio e l’esposizione del sistema creditizio nazionale, pur restando elevata, è scesa di quasi nove miliardi (in base all’ultimo bollettino«Moneta e banche» di Banca d’Italia).

Il comportamento in controtendenza degli istituti aveva una logica: poiché all’inizio di maggio in aggregato la loro esposizione sul debito pubblico era di 340 miliardi, il loro destino era (e resta) legato a quello del governo. La caduta del valore dei titoli pubblici, che va in senso opposto all’aumento dei rendimenti, genera minusvalenze per le banche che li detengono in bilancio.

E un eventuale default dello Stato travolgerebbe molte di esse. Secondo alcune stime, un allagamento di cento punti (1%) dello scarto fra rendimenti italiani e tedeschi a dieci anni —il cosiddetto spread—può produrre in aggregato 1,8 miliardi di perdite in bilancio per i primi tre istituti del Paese: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco-Bpm. Non sorprende dunque che la difesa dello Stato tramite acquisti di debito in controtendenza rappresenti, per il settore del credito, anche un’autodifesa.

A fine agosto l’esposizione del sistema bancario sul debito pubblico era ancora di 372 miliardi. Le banche restano talmente vulnerabili alle fluttuazioni dei titoli di Stato che molte stanno attuando una strategia difensiva in parallelo: spostare parte dei bond sovrani dal portafoglio di trading (il cosiddetto «htcs») al portafoglio che prevede di tenerli fino a scadenza («htc» o held to collect). Unicredit, Banco-Bpm o Creval hanno iniziato a farlo nel secondo trimestre, altre seguiranno. Ciò permette di non segnare le perdite sui titoli pubblici in bilancio ogni tremesi, evitando magari l’esigenza di aumenti di capitale perché il capitale viene eroso.

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