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È arrivata l’ora di fare (di nuovo) le valigie per gli italiani nel Regno Unito?

Se è vero che gli intrallazzi con Trump porteranno a una graduale privatizzazione del sistema sanitario nazionale, a una riduzione degli standard alimentari, dei diritti sul lavoro, e delle tutele ambientali, il tutto nell’ottica di creare un nuovo paradiso turbo-capitalista come Singapore, che Dio salvi la Regina! Il suo regno potrebbe non solo dissolversi, con Scozia e Galles verso l’indipendenza e l’Irlanda verso la riunificazione, ma diventerebbe anche completamente diverso da quell’oasi ospitale, attraente e ricca di opportunità dei primi anni 2000

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I risultati delle recenti elezioni politiche di Westminster avranno sicuramente ripercussioni importanti pe la politica internazionale e per tutti i residenti del Regno Unito – inclusi più di mezzo milione di italiani. Per capire quali saranno gli effetti concreti nella vita di tutti i giorni, e quindi quanto dovremmo essere preoccupati, occorrerà aspettare le prime mosse di Boris Johnson. Ora che la sua ostentata sbruffonaggine è stata rivendicata, staremo a vedere se effettivamente tenderà un ramoscello d’ulivo come annunciato dopo la vittoria, o se il supporto della peggiore destra gli consentirà di usare il pugno di ferro con ancora più disinvoltura.

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Piccola storia della constituency di Kensington

Per farsi un’idea dell’entità del problema, di come è arrivata la pesante sconfitta per il Labour di Jeremy Corbyn, e di quanta instabilità porterà la Brexit, è utile prendere in considerazione la constituency di Kensington. Una delle zone più combattute durante la compagna elettorale, Kensington è il quartiere in cui vivo e in cui ho fatto campagna per settimane, ed è un perfetto microcosmo nel quale cercare risposte. Occorre anche tenere a mente un nome: Laura Pidcock, stella nascente del Labour party, ministro ombra, apprezzatissima parlamentare dal nord dell’Inghilterra, e considerata una delle più papabili a diventare leader per il dopo-Corbyn. Il suo nome ritornerà più tardi. La constituency – ovvero il seggio – di Kensington si estende dai complessi popolari dell’area nord, alle villette colorate di Portobello e Notting Hill, per passare alle case da multimilionari attorno a Holland Park, e continua fino al confine con la raffinata zona di Chelsea, che quasi si affaccia sul Tamigi. Kensington ha sempre eletto un parlamentare conservatore fin dagli anni ’70, ma alle elezioni del maggio 2017 c’è stata una sorpresa. Sull’onda del malcontento per i Conservatori e trainata dalla popolarità del manifesto di Jeremy Corbyn (che proponeva anche un piano per una Brexit “ordinata”), la maggioranza elegge la candidata dal Labour Emma Dent Coad con un clamoroso scarto di soli 20 voti.

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Qualche giorno dopo le elezioni, un incendio alla Grenfell Tower, un condominio in un quartiere popolare della constituency, uccide 72 persone, fra cui due italiani. Dent Coad è in prima linea e un punto di riferimento per gli sfollati: inchieste e campagne per aiutare i sopravvissuti, ottenere giustizia, ed evitare tragedie simili in futuro devono molto al suo impegno. È anche una convinta europeista, il che aiuta molto in un seggio in cui il 70% dei votanti nel famoso referendum del 2016 ha scelto Remain. Dent Coad in parlamento vota sempre a favore di un secondo referendum, a favore della revoca della Brexit, e a favore di tutte le proposte che includono più tutele e salvaguardie per i cittadini europei in UK. Si impegna anche a salvare gli spazi verdi, in particolare gli alberi storici di Notting Hill – una campagna molto apprezzata da tutti i residenti.

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Vista sulla Grenfell Tower dalla mia terrazza di casa e dalla vicina stazione della metropolitana

Nel frattempo, però, arrivano le elezioni europee del 2019: il Labour fa una pessima figura arrivando terzo, scontando diversi cambi di posizione su Brexit. Primo arriva il Brexit Party di Nigel Farage, che spinge per un divorzio netto e brutale dall’Europa. Secondi arrivano i Liberal Democratici, che vogliono un secondo referendum per rimanere nell’UE. Dal Labour intanto si sono staccati una mezza dozzina di parlamentari “centristi”, che hanno formato un gruppo esplicitamente pro-europeista chiamato ChangeUK (a cui in seguito si aggiungono anche degli ex-conservatori “moderati”). Ottengono il 3,5%, circa mezzo milione di voti. Il risultato delle Europee è chiaramente polarizzante, e la pressione monta per entrambi i partiti: i Conservatori (arrivati quinti) defenestrano la premier Theresa May e adottano una linea più intransigente sulla Brexit. Il Labour scioglie anch’esso le riserve (spinto dall’insistenza delle correnti interne) e sposa la tesi di un secondo referendum, convinto da chi gli fa notare che la somma dei risultati di tutti i partiti anti-brexit è maggiore del risultato dei pro-brexit.

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Il vice di Corbyn per mesi ha guidato una fazione anti-brexit, non si è poi presentato alle elezioni

Non tutti sono convinti che essere così espliciti nel supportare un secondo referendum sia la decisione più giusta, però. D’altronde il Labour aveva promesso nel 2017 che avrebbe rispettato il verdetto del referendum. E non tutte le constituency sono sproporzionatamente a favore del Remain come Kensington. Molte aree del nord dell’Inghilterra, le roccaforti storiche del Labour, hanno votato per gran parte Leave. Mentre il Labour cerca di bilanciare questo difficile compromesso, i Conservatori lavorano per una Brexit durissima, e i Lib Dem (che hanno sempre rinfacciato al Labour di essere troppo pro-brexit) spostano l’asticella ancora di più, offrendo di cancellare la Brexit del tutto. Gli animi si polarizzano sempre di più.

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Cronologia dell’evoluzione della posizione su Brexit del Labour party

Meno di sei mesi dopo le elezioni europee, considerato che i Lib Dem si rifiutano categoricamente di supportare un governo di transizione guidato da Corbyn (anche con la promessa di quel secondo referendum che hanno chiesto per anni), e Boris Johnson non riesce a forzare il parlamento ad accettare la sua Brexit, appare evidente che le elezioni anticipate sono l’unica alternativa.
Torniamo dunque a Kensington: Emma Dent Coad è la parlamentare in carica, la cosiddetta incumbent. Ha lavorato bene ma, tanto per cambiare, sconta dei sondaggi molto sfavorevoli per il Labour a livello nazionale. C’è però da considerare che il partito ha lavorato molto per vincere il voto di quelli che della Brexit non ne vogliono proprio sapere. La candidata Conservatrice invece è una pro-brexit di ferro chiamata Felicity Buchan. Il candidato Lib Dem è Sam Gyimah.

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Squadre in campo per la campagna elettorale

Gyimah non ha mai votato a favore di un secondo referendum, ha anzi un record di voti a favore di proposte pro-brexit, e faceva parte del partito Conservatore fino a qualche settimana prima. Cacciato da Boris Johnson per non essere sufficientemente asservito, era stato accolto dai Lib Dem e catapultato a Kensington come rappresentante dell’unica “vera” opzione anti-brexit, ovvero il ritiro unilaterale. La campagna elettorale che ne segue è tragicomica: in un florilegio di fake news, Gyimah si spaccia come l’unico in grado di vincere il seggio contro i Conservatori, arrivando ad accusare Dent Coad di avere delle responsabilità nell’incendio della Grenfell Tower.

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Gli spudorati volantini dei Liberal Democrats sono stati più volte smascherati come bufale

Dopo cinque settimane di martellamento, molti elettori sono confusi. I siti internet che suggeriscono le tattiche per votare anti-tory sono divisi fino all’ultimo fra il raccomandare Gyimah o Dent Coad (che, a questo punto vale la pena ricordarlo, è ancora la candidata in carica, e alle ultime elezioni ha vinto il quadruplo dei voti dei Lib Dem). La mattina del 13 Dicembre arrivano i risultati: Gyimah ha aumentato i consensi, ma conquista solo un po’ più della metà dei voti di Dent Coad, che viene beffata e perde per 150 voti contro la rivale Conservatrice. Fra i due litiganti…

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È arrivata l’ora di fare (di nuovo) le valigie per gli italiani nel Regno Unito?

Ecco il capolavoro dei “veri” anti-brexit: piazzare un ex-conservatore in un seggio impossibile da vincere, ingaggiare una battaglia insensata su chi è più europeista con la candidata con una maggioranza risicatissima, inventare balle pazzesche e falsificare i pronostici, dividere il voto anti-tory e poi perdere lo stesso. E nella sconfitta, trascinare giù anche la candidata locale, favorendo la candidata pro-brexit del partito guidato da Johnson, l’ex sindaco di Londra responsabile dei tagli ai fondi alle stazioni dei vigili del fuoco intervenuti alla Grenfell Tower. I Labouristi, che dopo mille evoluzioni hanno puntato tutto sul trattenere gli anti-brexit per non farsi rubare gli elettori dai Liberal Democratici, restano con le pive nel sacco. I Lib Dem riescono anche a perdere nel seggio di East Dunbartonshire in Scozia, dove candidata in carica era la leader del partito Jo Swinson. Anche i “centristi” e “moderati” che col tempo sono confluiti da ChangeUK perdono tutti il posto. Chapeau.

Il selfie da Nando’s dei deputati del partito centrista pro-UE ChangeUK – nessuno è stato rieletto. Bella, raga.

Non finisce qui neanche per i Labouristi, però. Kensington, in realtà, diventa quasi un’infelice eccezione. Nelle grandi città come Londra, Manchester, Newcastle, il Labour party tiene abbastanza bene. Ma nelle periferie che nel 2016 hanno votato a maggioranza Leave, dopo decenni di lenta erosione dei consensi, è una vera tragedia: si salva sostanzialmente solo chi aveva maggioranze astronomiche (oltre 10 mila voti, in media oggi ridotti a 1000), tutti gli altri seggi diventano blu. Il tutto senza che i Conservatori registrino forti aumenti di voto (da 13,6 milioni nel 2017 a 13,9 milioni oggi), ma semplicemente grazie agli elettori del Labour delusi (da 12,8 milioni nel 2017 a 10,2 milioni oggi). Tra i seggi a maggioranza Leave c’è quello di North West Durham, una zona di ex-minatori completamente destabilizzata negli anni della Thatcher. I residenti hanno votato Labour in massa dagli anni ’50, e ogni anno dal 1871 partecipano al Durham Miners’ Gala, un festival orgogliosamente socialista organizzato dai sindacati. La parlamentare locale si chiamava Laura Pidcock, la stella nascente erede di Jeremy Corbyn che ho nominato all’inizio. Il partito potrebbe essere ripartito proprio da lei, invece per la prima volta dalla creazione del seggio (1950), il candidato Conservatore esplicitamente anti-UE ha vinto. Pidcock passa nottetempo dal diventare la nuova Alexandria Ocasio-Cortez del Regno Unito a una delle tante vittime di quella scelta tattica su Brexit che molti concordavano fosse il passo decisivo e necessario per garantire futuri successi politici, ma che in questi seggi sembra essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

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Tired: spiegare dove trovi i soldi per le proposte nel tuo manifesto elettorale
Wired: abbattere un muro di polistirolo con la Ruspa Di Brexit

Boris Johnson ora ha una maggioranza sufficientemente larga da fare i propri porci comodi con la Brexit, e poi chissà cosa verrà – i Conservatori non si sono esattamente sprecati a scrivere un programma di governo particolarmente articolato. È chiaro che il Labour party non ha perso solamente a causa della propria posizione su Brexit, ma resta da capire quanto questa abbia contribuito all’ecatombe elettorale, e se sarà possibile ribaltare il risultato in modo altrettanto dirompente una volta che il divorzio con l’UE sarà archiviato. In moltissimi seggi, specialmente nelle (ormai ex) roccaforti rosse, le maggioranze conservatrici sono tante ma facilmente raggiungibili: croce e delizia dei sistemi maggioritari uninominali secchi. Se invece la crisi è davvero profonda e radicata nel territorio, e quindi va ben oltre Brexit o l’antipatia per Corbyn, ci attendono davvero tempi bui.

Come hanno votato le fasce d’età: 18-24, 25-49, 50-64, 65+

Se è vero che gli intrallazzi con Trump porteranno a una graduale privatizzazione del sistema sanitario nazionale, a una riduzione degli standard alimentari, dei diritti sul lavoro, e delle tutele ambientali, il tutto nell’ottica di creare un nuovo paradiso turbo-capitalista come Singapore, che Dio salvi la Regina! Il suo regno potrebbe non solo dissolversi, con Scozia e Galles verso l’indipendenza e l’Irlanda verso la riunificazione, ma diventerebbe anche completamente diverso da quell’oasi ospitale, attraente e ricca di opportunità dei primi anni 2000. Che il destino dei “cervelli in fuga” sia quello di vivere sempre con la valigia pronta?

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