Economia

Quanti reati rischia di commettere Di Maio su Atlantia

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«Se il Governo revocherà coerentemente le concessioni, le azioni di Atlantia perderanno in Borsa e l’azienda sarà in difficoltà. Se la mettiamo in Alitalia, si trascina a picco anche Alitalia»: Luigi Di Maio è evidentemente impazzito, oppure semplicemente non si rende conto che nella sua posizione di vicepremier che ha perso sei milioni di voti dovrebbe evitare di perturbare l’andamento della Borsa. Se non altro perché quello che fa parlando a ruota libera in tv da Bruno Vespa potrebbe configurare una serie di reati.

Quanti reati rischia di commettere Di Maio su Atlantia

Ieri Atlantia ha rilasciato un comunicato in cui minaccia azioni legali nei confronti del bisministro, ma ha anche ricordato che la revoca della concessione comporterebbe un conto da pagare da parte dello Stato: «La Società – ha sottolineato Atlantia – si riserva di attivare ogni azione e iniziativa legale a tutela dei propri interessi, dei dipendenti, degli azionisti, dei bondholders e degli stakeholders tutti. Si ricorda che, sulla base del contratto di concessione in essere, ogni ipotesi di revoca – ove mai ne venissero accertati i presupposti – richiederebbe il previo pagamento del valore della concessione stessa, nei termini contrattualmente previsti e approvati per legge». Un «assegno» che, nel caso specifico, si misurerebbe in miliardi. Si stima che allo Stato costerebbe tra 24,5 e 25 miliardi il valore dell’indennizzo dovuto al concessionario in caso di disdetta anticipata, calcolato sulla base dei flussi di cassa, che verrebbero a mancare, da oggi alla scadenza naturale della concessione nel 2038.

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Autostrade e Atlantia (Corriere della Sera, 22 giugno 2018)

Di certo c’è che da quando è crollato il Ponte Morandi – che oggi attende la demolizione – il governo ha minacciato revoche ma non ha fatto nulla, così come ha promesso una ricostruzione “in pochi mesi” (o al massimo anni, cit) che non è ancora avvenuta e che è ancora in altissimo mare nonostante le promesse di Danilo Toninelli. Sulla revoca in queste ore è atteso il parere giuridico dei cinque esperti nominati dal ministro. Secondo il Sole 24 Ore  qualcuno ritiene che l’affondo in realtà nasconda un tentativo estremo di pressing su Atlantia affinché formalizzi l’offerta per Alitalia. Certo è che i toni usati rendono più difficile una retromarcia e l’apertura di una trattativa che faccia incrociare le due partite: quella sulla concessione di Autostrade e quella su Alitalia.

Atlantia, Alitalia, Autostrade e aggiotaggio

Intanto oggi Atlantia perde in Borsa l’1,15% a 22,4 euro all’indomani dello scontro tra il vicepremier Luigi di Maio e la società. Il titolo di Atlantia era reduce da una giornata, ieri, tutto sommato stabile, quando aveva chiuso in calo dello 0,26% a 22,66 euro. Pur considerando che Di Maio è pur sempre Di Maio, il ministro va incontro a una serie di possibili accuse per aver parlato di un’azienda quotata in Borsa definendola decotta: la manipolazione del mercato, visto che quello di Di Maio somiglia a un “tentativo deliberato di interferire con il funzionamento libero ed equo del mercato e creare apparenze artificiali, false o fuorvianti rispetto al prezzo o al mercato di un prodotto, sicurezza, merce o valuta”. Poi c’è il danno d’immagine e reputazionale, che è evidente visto che il ministro continua ad accusare, senza che nessuna sentenza lo abbia stabilito, che Atlantia è colpevole per il crollo del Ponte Morandi. Nelle more ce ne sarebbero altri (la diffamazione), ma più di tutti vale osservare che intanto Virginia Raggi si complimenta con ADR per il Roma-Fiumicino. Inutile ricordare che ADR è di Atlantia.

Intanto, mentre Di Maio gioca a fare Warren Buffet, si stima che Alitalia sia finora costata otto miliardi e 750 milioni, pari a 146 euro per ogni italiano. Il calcolo è stato fatto dal Sole 24 Ore sulla base delle stime precedenti. Punto di partenza lo studio Mediobanca che aveva calcolato in 7,4 miliardi i costi diretti, per lo Stato e la collettività, dal 1974 al 2014, in valori aggiornati al 2014. Pari a 7 miliardi e 630 milioni rivalutati a oggi. Aggiungiamo il versamento di 75 milioni di Poste a fine 2014, i 900 milioni “prestati” dal governo Gentiloni e i 145 milioni di interessi sul prestito fino al 31 maggio. Forse sarebbe il caso di occuparsi più di questo.

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