Economia

Come si farà a pezzi Alitalia

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Alitalia a pezzi. Dopo la vittoria del no al referendum tra i lavoratori che ha bocciato l’accordo tra sindacati e governo per la compagnia il governo, attraverso il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, annuncia un prestito per garantire la continuità aziendale ma ne esclude la nazionalizzazione e si prepara invece alla vendita a pezzi. Martedì l’assemblea dei soci darà il via all’amministrazione controllata.

Come si farà a pezzi Alitalia

Nel futuro prossimo di Alitalia ci sono tre commissari, i cui nomi dovrebbero essere quelli di Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e di un terzo ancora da scegliere, che procederanno verso lo spezzatino delle attività: aerei, immobili e la forza lavoro di piloti, assistenti di volo, addetti di terra. Gli interessati sono Lufthansa, Air France-Klm e Ryanair. Tra le cose da vendere, spiega oggi Ettore Livini su Repubblica, ci sono gli slot, ovvero i diritti di decollo e atterraggio. «Etihad si è portata avanti acquistando per 60 milioni dieci slot a Londra Heathrow. I più ambiti sono ora quelli a Fiumicino e Linate, dove la compagnia controlla il 38% e il 55% dei voli. Conquistarli non è però una banalità. Questi beni non possono in teoria essere venduti. Se una società non li usa, deve restituirli ad Assoclearance, l’authority di settore che provvede a redistribuirli a chi ne ha fatto richiesta. Queste norme possono essere facilmente aggirate: negli ultimi anni Alitalia ha “affittato” ai suoi partner in Sky Team gli slot di Milano».

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Come si farà a pezzi Alitalia (La Repubblica, 26 aprile 2017)

Si potranno vendere anche gli aerei, di cui però Alitalia non dispone in grande quantità visto che il 60% e oltre della flotta è in affitto. E poi ci sono le Mille Miglia Alitalia: «Altro scalpo in asta è il programma Mille Miglia, uno dei pochi business in utile (12 milioni nel 2015) del gruppo. Anche qui però gli emiri hanno giocato d’anticipo comprando per 112 milioni il 75% del programma fedeltà».

Nazionalizzazione di Alitalia?

Intanto il consiglio di amministrazione di Alitalia ieri ha convocato l’assemblea dei soci per il 27 aprile e in seconda convocazione per il 2 maggio per avviare le procedure per chiedere l’ammissione all’amministrazione straordinaria. Dopo metà maggio il rischio di lasciare gli aerei a terra è altissimo. Calenda, intervistato dal Corriere, è molto chiaro sulla possibilità di una nazionalizzazione, richiesta da parte dei sindacati di settore:

«Concederemo un prestito-ponte? Il minimo indispensabile per completare il processo. Fermare gli aerei a terra non è immaginabile perché sarebbero compromessi i collegamenti e danneggiati i viaggiatori con ricadute dirette ed indirette ben più pesanti».
Lei esclude che il commissario possa far meglio degli attuali azionisti?
«No, io escludo un’altra cosa. Che lo Stato possa mettere le risorse che erano disposti a mettere gli azionisti privati, peraltro solo nel caso della firma dell’accordo che avrebbe fatto risparmiare quasi 600 milioni nell’arco del piano, e che possa poi gestire Alitalia per anni. Non mi pare tra l’altro che le gestioni statali abbiano dato in passato buona prova».
Scusi, ma lei stesso aveva detto che una vittoria del no sarebbe costata un miliardo.
«Mi riferivo al costo dell’amministrazione straordinaria e degli ammortizzatori. Non agli investimenti ben più significativi che ci vorrebbero nell’ipotesi di nazionalizzazione».

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Alitalia, i risultati del referendum (Corriere della Sera, 26 aprile 2017)

Si pensava infatti che si sarebbe potuto fare come nel 2008. All’epoca dopo il «No» al referendum da parte dei dipendenti, per Alitalia si aprì la strada tracciata dalla legge Marzano sull’amministrazione straordinaria delle grandi aziende in crisi considerate di interesse nazionale. Il tributarista Augusto Fantozzi diventò commissario straordinario della bad company. La good company viene ceduta ai «capitani coraggiosi» e nacque CAI, presieduta da Roberto Colaninno. Il risultato concreto: nel 2013 l’ex compagnia di bandiera finì di nuovo sull’orlo del fallimento e l’anno successivo viene salvata da Etihad, che entra con il 49%.

Perché gli errori del passato li devono pagare i lavoratori?

Di certo è vero che i lavoratori negli anni hanno pagato le cattive scelte dei manager che si sono susseguiti alla guida di Alitalia. Fabrizio Caccia sul Corriere della Sera ha sentito Riccardo Canestrari, il coordinatore nazionale piloti Anpac, sindacato di categoria:

«Ho già vissuto tre ristrutturazioni — racconta — ricordo soprattutto quella del 2008, con mille piloti e 11mila dipendenti mandati a casa senza pietà. Un bagno di sangue, con scene tipo Lehman Brothers, gente che se ne andava in lacrime da Fiumicino, piloti che poi sono finiti a volare in Bangladesh…». Adesso ci risiamo. Arriva il commissario e se andrà male finirà per tutti con la cassa integrazione a zero ore. Una prospettiva terribile: «Dopo tanti schiaffi, ci vorrebbe una carezza e invece… — sospira Canestrari —. Nessuno oggi festeggia per questo “no”, perché sarebbe come brindare sul Titanic che affonda».

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I numeri di Alitalia (Corriere della Sera, 25 aprile 2017)

«L’Alitalia people ne è ben consapevole, ma il “no” era l’unico modo per dire basta. Noi abbiamo già dato: ricordo nel 2014 il welcome drink per il nuovo azionista, il benvenuto dato da tutti noi a Etihad col sacrificio delle tredicesime e di quote dello stipendio. Ma perché devono sempre pagare i lavoratori per le scelte sbagliate dei manager?». Canestrari contrattacca: «Buonuscite fantasmagoriche, piani industriali mai realizzati, errori sui leasing, sui carburanti, aerei nuovi arrivati col contagocce, corsi di formazione ad Abu Dhabi per insegnare alle hostess italiane come si versa il vino…».

Il Sole 24 Ore ricorda oggi che, come documenta uno studio di R&S Mediobanca dal 1989 al 2007, la compagnia di bandiera pubblica ha chiuso in perdita per ben 15 anni cumulando ben 4,4 miliardi di rosso che diventano 6 miliardi a valori correnti. Poi sono arrivati i salvataggi di stato e i vari cavalieri bianchi che alla fine hanno fatto lievitare il conto per le finanze pubbliche per la compagnia di bandiera alla cifra monstre di 7,4 miliardi di euro.

Alitalia e la brutta fine di Fiumicino

A proporre la nazionalizzazione è stato il MoVimento 5 Stelle con Roberta Lombardi: ««Lo Stato deve riprendersela, ma cambiare tutto: se in Alitalia entra anche un solo euro di soldi pubblici, e non vedo perché no visto che gli altri Paesi europei hanno compagnie aeree pubbliche in utile, deve esserci un cambio completo del management e un controllo rigoroso sul bilancio». Quanto ai soldi: «Dalla prima privatizzazione a oggi, tra cassa integrazione, corsi di formazione farlocchi, salvataggi ponte vari, lo Stato ha buttato 10 miliardi di euro. Per non avere una compagnia di bandiera». La soluzione sarebbe «far entrare nell’azionariato Eni, Leonardo e Trenitalia studiando un piano di partnership industriale per le prime due ed intermodalità per la terza. E cercando una compagnia aerea europea con cui fare sinergia».

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Quando Matteo Renzi annunciò il miliardesimo salvataggio di Alitalia (giugno 2015)

Intanto preoccupa la situazione dell’indotto e in particolare di Fiumicino. La Cgil stima un taglio immediato di almeno 1200 posti di lavoro, soprattutto nei settori legati a servizi di pulizia e catering. Nei prossimi mesi a rischiare saranno almeno 3mila lavoratori dell’indotto di Fiumicino. I numeri sono chiari: ogni aereo coinvolge da 6 a 8 persone e per un dipendente Alitalia, almeno due o tre dell’indotto rischiano di perdere il posto.

Biglietti, prenotazioni e Mille Miglia

Il Corriere della Sera pubblica oggi un insieme di domande e risposte sulla questione di biglietti, prenotazioni e Mille Miglia. Partendo da biglietti e prenotazioni: anche se in teoria dovrebbe rimanere tutto operativo, ieri a diversi impiegati di aziende private, con biglietti confermati, è stato ri-prenotato il viaggio su altri vettori. Alitalia precisa che «il programma e l’operatività dei voli non subiranno al momento modifiche». Anche diverse aziende partner — che hanno voli in «codeshare», cioè in collaborazione — confermano che, almeno per le prossime ore, resta tutto come prima. Intanto alcune aziende straniere con sedi in Italia stanno inviando comunicazioni interne in cui invitano i dipendenti a non acquistare ticket Alitalia per i prossimi viaggi in attesa che si chiarisca la situazione.

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Alitalia, cosa succede a biglietti, prenotazioni e Mille Miglia (Corriere della Sera, 26 aprile 2017)

Sul sito della compagnia i voli sono ancora prenotabili. In caso di stop dei voli si potrebbe chiedere l’intervento di altre compagnie — per esempio Ryanair, EasyJet, Meridiana, Vueling — attraverso l’utilizzo di più aerei da e per l’Italia. Per quanto riguarda le Mille Miglia, in linea teorica i «frequent flyer» — avendo maturato un credito nei confronti della compagnia — potrebbero richiedere di essere ammessi all’eventuale stato passivo, così da poter ottenere, nel caso in cui Alitalia dichiarasse fallimento, di recuperare il credito o una parte di esso. Ma nella pratica sarebbe un iter molto complicato. Etihad ha comunque giocato d’anticipo comprando per 112 milioni il 75% del programma fedeltà.

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