Economia

Coronavirus: al sovranista non far sapere quanti prodotti cinesi ha in casa

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Qualche giorno fa quelli di Forza Nuova hanno pensato bene di fare un blitz razzista contro i negozi cinesi per invitare gli acquirenti ad acquistare solo merce italiana perché “più sicura”. Il Corriere della Sera raccontava ieri che molte delle telefonate arrivate al 1500, il numero verde del Ministero della Salute attivato per rispondere alle domande dei cittadini sul nuovo coronavirus 2019-nCoV molti hanno chiesto se è sicuro indossare prodotti “made in China” oppure toccare merci importate dalla Cina.

Quelli che si vogliono vendicare con la Cina per il coronavirus

Come ha detto già l’Organizzazione Mondiale della Sanità non c’è alcun rischio nel maneggiare o ricevere prodotti provenienti dalla Cina poiché generalmente i coronavirus non sopravvivono a lungo al di fuori del corpo umano. Il metodo di trasmissione del coronavirus non è per via cutanea ma principalmente attraverso la saliva, tossendo e starnutendo; i contatti diretti personali oppure le le mani, ad esempio toccando con le mani contaminate (non ancora lavate) bocca, naso o occhi. Indossare una maglietta fatta in Cina non rientra in questa casistica. C’è però chi vuole organizzare un improbabile boicottaggio dei prodotti e dei negozi cinesi. Non solo dei ristoranti, che sono stati i primi ad essere colpiti dall’ondata di psicosi e di infodemia che accompagna le notizie sul nuovo coronavirus ma anche di smettere di comprare tutti i prodotti fabbricati in Cina.

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C’è chi lo vuole fare perché la Cina “ha nascosto la verità sul coronavirus” (chissà se è quella sul virus fatto in laboratorio) e chi invece invita a non comprare prodotti fabbricati nella Repubblica Popolare e a non commerciare con i cinesi.

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La domanda a questo punto è una sola: è possibile davvero farlo? Lasciamo perdere il fatto che la gran parte dei prodotti tecnologici (smartphone, computer, tablet e così via) che vengono usati per pubblicare certi messaggi siano fatti in Cina o abbiano componenti realizzati in Cina. Prendiamo ad esempio solo gli interscambi commerciali tra Italia e Cina. Secondo il centro studi di Unimpresa il volume d’affari degli scambi commerciali ammonta a oltre 44 miliardi di euro, 13 miliardi di esportazioni e di quasi 31 miliardi di importazioni dirette.

Ma non serve andare “dai cinesi” per comprare merce prodotta o realizzata in parte in Cina

In base ai dati dell’Osservatorio Economico sul commercio internazionale del Ministero degli Esteri la Cina è il terzo principali paese di provenienza delle importazioni italiane dopo Germania e Francia. Tra principali prodotti della Cina importati dall’Italia ci sono proprio gli articoli di abbigliamento (escluso l’abbigliamento in pelliccia). Nel settore abbigliamento l’import dalla Cina vale qualcosa come 3 miliardi di euro l’anno e occupa all’incirca il 19.7% del totale delle importazioni del settore (seguono Francia e Bangladesh).

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La Cina la fa da padrona anche per quanto riguarda le importazioni italiane nel settore moda, con un valore di oltre sei miliardi di euro all’anno e lo stesso si può dire per il settore tessile. Vale anche l’inverso perché la Cina è tra i principali paesi dove esportiamo i nostri prodotti d’abbigliamento.

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Il tutto senza contare come una parte sempre più consistente dei processi manifatturieri della filiera del made in Italy nel settore della moda e dell’abbigliamento avvenga proprio in Cina. È quindi altamente probabile che in un modo o nell’altro il “made in China” sia un po’ ovunque nei negozi italiani, senza dover per forza andare in quelli cinesi. Questo perché per le aziende italiane produrre in Cina è molto conveniente (o almeno farsi arrivare alcune materie prime e lavorazioni) e al tempo stesso molti prodotti cinesi “di marca” non italiana sono prodotti in Cina (pensiamo alla gran parte dell’abbigliamento sportivo griffato di marchi “occidentali”).

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