Economia

La revoca della concessione ad Autostrade e il cerino acceso in mano a Di Maio

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“La nostra intenzione è revocare la concessione ad Autostrade per l’Italia. La posizione del Governo è che chi non vuole revocare le concessioni ad Autostrade deve passare sul mio cadavere. C’è un volontà politica chiara”: il vicepresidente del Consiglio e bisministro Luigi Di Maio ci ha messo la faccia ieri sera a In Onda per spiegare che i Benetton non hanno scampo: la concessione verrà revocata senza se e senza ma. Faccia da guerra e da cattivo sicuro del risultato finale. Ma Di Maio sta esagerando, o forse bluffando. Perché in realtà all’interno del governo la situazione è molto più fluida di quello che lui immagina.

La revoca della concessione alla Società Autostrade

Non è un caso che nel comunicato della presidenza dopo il consiglio dei ministri non ci sia alcun cenno alla questione della revoca della concessione. Non è un caso che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli  fosse molto più timido dopo essere stato informato dai suoi tecnici di come la questione non fosse così semplice. La revoca non può essere unilaterale, ci sono tempi da rispettare. E, soprattutto, costi da sostenere. Non a caso negli stessi minuti in cui Conte dava la revoca praticamente per fatta, lo stesso Toninelli parlava di «eventualità», di «extrema ratio». Spiega oggi il Corriere della Sera che a parte Di Maio la retromarcia nel governo è completa:

Revocare la concessione significherebbe dover indennizzare la società. Farlo senza rispettare la procedura esporrebbe lo Stato a un ricorso che potrebbe far salire i costi ancora di più. Insomma, il risultato finale potrebbe essere un maxi indennizzo per la famiglia Benetton, l’esatto opposto delle intenzioni dichiarate dal governo. Un autogol.

Fatto l’annuncio, al governo non resta che studiare una exit strategy, per fare marcia indietro dando l’impressione di andare avanti. Il primo a muoversi è Matteo Salvini: chiede ad Autostrade di «mettere mano al portafoglio» ma glissa sulle concessioni, «ne parleremo poi».

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La ricostruzione del crollo di Genova (La Repubblica, 15 agosto 2018)

I tempi della giustizia si possono, anzi si devono, aspettare. La spiegazione fatta dai tecnici a Toninelli è arrivata a tutti. Nel Movimento c ’è anche una certa sorpresa e irritazione per il fatto che il premier, da avvocato, non si sia reso conto che la linea della revoca subito non fosse sostenibile. La strategia per la riduzione del danno prevede anche un altro passaggio: far sapere che in caso la revoca della concessione riguarderebbe solo l’A10, l’autostrada che passa per Genova, non tutta la rete. Ipotesi tecnicamente complessa. La scelta più probabile, in realtà, è quella della multa.

Vi faccio vedere come si revoca una concessione

Revocare la concessione è tecnicamente possibile. Ricorda oggi Tommaso Rodano sul Fatto che  i rapporti generali tra “concedente” (lo Stato, tramite Anas) e “concessionario”(Autostrade per l’Italia) sono regolati dalla convenzione firmata nel 2007, ai tempi del governo Prodi.

Lo Stato può avviare il procedimento di decadenza della concessione in caso di “gra ve inadempienza”da parte del concessionario. Tra gli obblighi assunti da Autostrade c’è anche il “mantenimento della funzionalità delle infrastrutture concesse attraverso la manutenzione e la riparazione tempestiva delle stesse”(art. 3, comma 1, lettera b della convenzione). Ipotizzata la “grave inadempienza”, lo Stato potrebbe quindi avviare la procedura per la revoca secondo l’articolo 9.

La procedura deve iniziare con una contestazione formale, dopo la quale al concessionario (Autostrade) è concesso un primo “congruo termine” non inferiore a 90 giorni, e un “ulteriore termine non inferiore a 60 giorni per adempiere a quanto intima to ”. Traduciamo: iniziata la procedura, Autostrade avrebbe 5 mesi per mettersi in regola.

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E questo spiega perché Autostrade si è detta pronta a ricostruire il viadotto in cinque mesi (e non sei o quattro). Ma, come spiegavamo ieri, la revoca della concessione è blindata dall’articolo 9 bis: “Il Concessionario avrà diritto (…) ad un indennizzo/risarcimento a carico del Concedente in ogni caso di recesso, revoca, risoluzione anche per inadempimento del Concedente”. In sostanza, lo Stato sarebbe costretto a risarcire la società di Benetton anche in caso di inadempienza accertata. Di quanto? Una ventina di miliardi di euro, visto che gli utili della società sfiorano il miliardo e mancano vent’anni alla fine della concessione. Un salasso di proporzioni mondiali, pari a più di un punto di PIL.

Il cerino acceso in mano a Di Maio

Insomma, mentre il vicepremier è lì a strillare sul balcone “Voglio la revoca” il resto del governo non sembra entusiasta di una promessa che sembra impossibile da mantenere, giurisprudenza alla mano. Anzi, c’è di più. Perché nel frattempo ieri la Consob si è mossa, come era normale che fosse, per spiegare all’esecutivo che è necessario agire nel pieno rispetto delle procedure, evitando accuse non comprovate, in modo da non prestare il fianco a controffensive legali di Atlantia che potrebbero rivelarsi dannose per lo Stato italiano e nocive per gli stessi personaggi di governo, visto che il reato di aggiotaggio esiste. Non solo: il Messaggero nota che la battaglia politica potrebbe anche rivelarsi un boomerang per i 5 Stelle: pronti ad approfittarne sarebbero i leghisti, nel caso.

«E poi se davvero i vertici di Atlantia fossero colpevoli non gli ritiri la concessione, li spedisci all’ergastolo. Aspettiamo la magistratura, evitiamo i processi sommari di cui sono appassionati i grillini», aggiunge non senza sarcasmo un ministro leghista. «La nostra impostazione», spiegano nell’entourage di Salvini, «è diversa da quella di Di Maio e dei 5Stelle. Meno ideologica, meno emotiva e più pratica.

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La ricostruzione del crollo di Genova (Corriere della Sera, 15 agosto 2018)

Salvini ha chiamato i vertici di Atlantia e lavora per portare un aiuto immediato ai familiari di chi ha perso la vita nel crollo, alla città di Genova e agli altri enti locali coinvolti dal disastro. Insomma, noi puntiamo a ottenere risultati immediati o a breve. I grillini, invece, conducono una battaglia simbolica e ideologica, dall’esito incerto». La sintesi: «E’ troppo parlare di scontro nel governo, si tratta piuttosto di diversità di linea. Si può dire che Salvini ha preso una bonaria presa di distanza dai 5stelle…».

Salvini, che in Veneto ha un numero di voti non indifferente ma soprattutto una serie di amministratori in buoni, se non ottimi, rapporti con i Benetton, potrebbe approfittare della situazione per guadagnare qualche punto nei confronti di quell’establishment che finora lo ha guardato come il fumo negli occhi e che con il Decreto Dignità ha criticato apertamente, proprio dal Veneto, la sua capacità di rappresentare gli interessi del Nord industriale. Intanto Di Maio rimane lì, solitario, a urlare “Via la concessione”, con il cerino acceso in mano.

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