Economia

Il M5S va alla guerra dell’acqua pubblica

La proposta di legge del M5S arriverà in Aula a marzo. L’opposizione della Lega con una raffica di emendamenti. Gli esperti: si rischia un salasso di 23 miliardi

La proposta di legge della grillina Federica Daga sull’acqua pubblica si avvicina a grandi passi al debutto in Aula. Dieci giorni fa in Commissione ambiente si è concluso il lavoro preliminare e dopo un ampio giro di consultazioni sono stati depositati gli emendamenti.

Il M5S va alla guerra dell’acqua pubblica

Il progetto di legge Daga prevede di istituire presso il ministero dell’Ambiente un apposito fondo per la ripubblicizzazione dell’acqua. E prevede anche che per la gestione delle reti, la sua manutenzione e i nuovi investimenti, anziché reperire i fondi attraverso il solo sistema delle tariffe – che oggi è regolato dall’Arera, l’authority che regola i settori dell’energia, delle reti e dell’Ambiente – si faccia ricorso alla fiscalità, sia quella generale che specifica, e solo parzialmente alle tariffe.

Da questa settimana, salvo sorprese, le varie commissioni di Montecitorio dovrebbero iniziare a vagliare i testi. Un paragrafo sull’acqua pubblica è contenuto nel contratto di governo Lega-M5S. Le perplessità sulla nuova legge riguardano i costi: il ritorno alla gestione diretta dell’acqua da parte delle pubbliche amministrazioni, con la trasformazione di tutte le attuali gestioni dei servizi idrici in aziende speciali o in altri enti di diritto pubblico potrebbe essere un salasso, spiega oggi La Stampa in un articolo a firma di Paolo Baroni:

Secondo le stime del Laboratorio servizi pubblici di Ref Ricerche andrebbero previsti 16 miliardi una tantum per indennizzare i gestori uscenti (4-5 miliardi relativi agli investimenti non ancora ammortizzati, conguagli per costi pregressi non ancora recuperati in tariffa, ed eventuali indennizzi per il termine anticipato delle concessioni) e per rimborsare i finanziamenti che hanno acceso per un importo stimato in 10,6 miliardi e che in virtù della loro trasformazione in enti di diritto pubblico farebbero scattare le clausole di risoluzione anticipata dei prestiti.

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La gestione dell’acqua pubblica (La Stampa, 18 febbraio 2019)

A questo vanno aggiunti circa 7 miliardi di euro l’anno di costi ricorrenti: 5 miliardi di fabbisogno annuo di investimenti per i prossimi 20 anni e 2 miliardi di euro l’anno per garantire il quantitativo minimo vitale di 50 litri d’acqua procapite al giorno

Secondo gli esperti di Oxera, società fondata nel 1982 da professori dell’Università di Oxford, per il primo anno si prevede un salasso per i conti pubblici nell’ordine di 18,6-22,5 miliardi di euro, in pratica l’importo di una manovra finanziaria. Si tratta infatti di mettere in conto tra 14,6 e 16,5 miliardi di euro di costi una tantum (compresi 2 miliardi di euro di mancato riconoscimento dei canoni di concessione), e tra 4 e 6 miliardi di euro l’anno di costi di gestione: tra 2,3 e 4,3 per finanziare gli investimenti e 1,7 miliardi per finanziare la quota di consumo minimo vitale.

Ma quanto costa pubblicizzare l’acqua pubblica?

Cifre che oggi il MoVimento 5 Stelle contesta, anche se non nel merito: «Un giorno leggiamo che la nostra riforma costerebbe 15 miliardi, il giorno dopo leggiamo che ne costerebbe 23: balle! La nostra legge fa abbassare le bollette fino al 30%. Forse è per questo che qualcuno non la vuole?”, scrive su Facebook la capogruppo del MoVimento 5 Stelle in commissione Ambiente della Camera Ilaria Fontana.

“La nostra riforma propone anche di fare la cosa più logica: usare i guadagni per migliorare il servizio, per fare manutenzione alla rete di distribuzione dell’acqua, insomma per eliminare gli sprechi e fare risparmiare le famiglie e i cittadini. Cosa che è avvenuta puntualmente dove nel mondo si è passati dal privato al pubblico. L’unico stanziamento che prevede la legge è un investimento che serve a garantire a tutti i cittadini di avere 50 litri d’acqua al giorno gratis: è la quantità riconosciuta come essenziale dall’Onu. Questi 50 litri non peseranno più sulla bolletta, che quindi diventerà più leggera, ma sono garantiti direttamente dallo Stato”, conclude.

Ora, il fatto che le bollette scendano del 30% sarà anche vero, ma il punto è che il costo che indicano gli esperti, e sul quale il M5S non risponde nel merito, è quello per la ripubblicizzazione completa e totale delle società che oggi sono miste o private (vedi infografica precedente). A Fontana intanto ha replicato il deputato del Partito Democratico Luigi Marattin: “Quella sulla cosiddetta acqua pubblica è una delle più grandi bufale del M5S”. “Ad oggi – spiega – è già pubblica sia l’acqua, sia la rete delle infrastrutture idriche. E, inoltre, il 97,6% degli italiani riceve il servizio da aziende pubbliche o a maggioranza pubblica. Il delirante disegno di legge M5s farebbe però decadere tutte le concessioni nel 2020, per perseguire l’ideologica finalità di assegnare il servizio ad aziende speciali di diritto pubblico. Peccato che interrompere le concessioni prima della scadenza naturale – aggiunge – implicherà la spesa di miliardi di euro per rimborsare gli investimenti non ancora ammortizzati. E che dire dei nuovi investimenti? Secondo i geni a Cinque Stelle non verranno più pagati con la tariffa (che coprirà solo gli oneri correnti), ma o con maggiori tasse o maggiore debito. E siccome in Italia tasse e debito sono già a livelli insostenibili, il tutto si tradurrà semplicemente in uno stop agli investimenti nelle reti idriche. Tutto questo solo per inseguire la falsa retorica del ‘referendum tradito’ del 2011″.

La politica dei giochi di parole

Ora attenzione, perché stamattina Alberto Zolezzi, deputato del MoVimento 5 Stelle in commissione Ambiente ed Ecomafie, ha risposto sul tema: “Chi sostiene che in Italia l’acqua sia già in mano pubblica dice il falso: 30 milioni di cittadini sono serviti da aziende che vedono soggetti privati tra i loro azionisti“. Si noti la raffinatezza della replica, che sostiene che avere soggetti privati tra i propri azionisti sia come avere soggetti privati nella distribuzione dell’acqua: in realtà, come sappiamo, è l’azionista di maggioranza che decide sulla governance di un’azienda (salvo particolari accordi o patti di sindacato) e ne è un esempio Roma, dove il presidente dell’ACEA è stato nominato dal Comune dove regna Virginia Raggi: si chiamava Luca Lanzalone, si sta attualmente svolgendo nei suoi confronti un processo per corruzione ed è la plastica dimostrazione che non per forza se le cose le fa il pubblico, le fa perbene.

Rimane il problema del presunto tradimento del  referendum “per l’acqua pubblica”. Nel 2011 gli italiani, con la complicità di una certa disinformazione che ha in un certo senso falsato il significato del quesito referendario, si sono espressi contro la possibilità che il servizio pubblico di rilevanza economica non fosse affidato in via prioritaria a società private. Come abbiamo visto però nelle ultime modifiche della legge il servizio idrico viene definito servizio pubblico di interesse economico generale il che sembra un modo per cambiare le carte in tavola ed evitare di tradire in maniera esplicita la volontà popolare. C’è poi da dire che i promotori di quel referendum, il Forum Acqua Pubblica, da tempo sono in guerra con Virginia Raggi per ACEA. Quello che è stato impossibile a Roma diventerà di colpo possibile al governo?

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