Fact checking

Davvero la Camera ha privatizzato l'acqua pubblica?

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Se a quasi una settimana di distanza dal referendum “sulle trivelle” pensavate di esservi liberati dell’argomento referendario vi sbagliate di grosso. E non è perché fra un po’ saremo chiamati ad esprimerci su un altro tipo di referendum (quello confermativo di ottobre sulle riforme costituzionali) ma perché due giorni fa alla Camera si è votato il tanto discusso disegno di legge di iniziativa popolare presentato in Parlamento nell’ormai lontano 2007. In mezzo c’è stato, come sappiamo, il referendum del 2011 quello “sull’acqua pubblica”. E qui iniziano i primi problemi, perché così come il referendum del 17 aprile non era per far sparire le trivelle dai nostri mari anche i due quesiti del 2011 non avevano assolutamente nulla a che fare con la privatizzazione di un bene che era, è e rimarrà pubblico.
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Cosa hanno deciso gli italiani nel 2011

Secondo il Movimento 5 Stelle, SEL e molti giornali i due emendamenti a firma PD nel testo approvato due giorni fa alla Camera con 243 Sì, 129 No e 2 astenuti sarebbero in contrasto con quanto stabilito “dalla volontà popolare” nel 2011 allorquando il Popolo Sovrano decise che l’acqua doveva rimanere pubblica. Nei giorni scorsi il Movimento 5 Stelle ha rinfacciato a Matteo Renzi (pubblicando un tweet dell’epoca)  come, nel 2011, avesse dichiarato che avrebbe votato Sì ai quattro quesiti referendari, compreso quello “sull’acqua pubblica”. Ma se andiamo a leggere quello che scriveva l’allora responsabile ambiente Dem troviamo in nuce quello che il PD sta facendo ora. Oggi però Renzi e i suoi ministri si accingono a calpestare la volontà di quei 27 milioni di italiani che nel giugno 2011 votarono a stragrande maggioranza (oltre il 95%) per l’abrogazione dell’articolo 23 bis del decreto legge 112 del 25 giugno 2008. Ed è proprio sul punto dei quesiti che si fa, come sempre, parecchia confusione. Perché è vero che venne presentato come “il referendum sull’acqua pubblica” ma  la domanda alla quale gli italiani risposero cinque anni fa era leggermente diversa. Facciamo un salto indietro nel tempo ed andiamo a leggere il quesito del referendum dal titolo “modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica“:

Volete voi che sia abrogato l’art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”, convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” e dall’art. 15 del decreto legge 25 settembre 2009, n. 135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee”, convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?

Il che tradotto significa che chi votava sì (e la maggioranza dei 27 milioni di italiani che ha votato lo ha fatto) voleva abrogare quella norma che prevedeva l’obbligo per gli enti locali a fare delle gare d’appalto per l’affidamento dei servizi pubblici locali essenziali (acqua, rifiuti, trasporti); queste gare d’appalto avrebbero dovuto – secondo la legge abrogata – essere aperte a soggetti pubblici, privati o misti pubblico-privati dove i privati devono detenere almeno il 40% del capitale azionario e partecipare alla gestione della società. Il quesito referendario non ha mai messo in discussione la privatizzazione dell’acqua (che era ed è rimasta un bene pubblico) ma le modalità di affidamento del servizio ed eventualmente la privatizzazione (completa o in parte) delle società che gestiscono il servizio. Cosa è successo dopo il referendum? Semplicemente è stata abrogata quella legge, che non è stata sostituita da nessuna legge e la gestione dell’erogazione dell’acqua è rimasta nelle mani degli enti pubblici che ne sono al tempo stesso anche i proprietari e coloro preposti a controllarne l’efficienza. Ma al tempo stesso, con l’abrogazione dell’articolo 23 bis, agli enti locali era concessa anche la possibilità di scegliere a chi affidare il servizio tramite una gara (non erano obbligati a farlo però). Questo è quello che si è votato a giugno 2011.

Cosa prevede l’emendamento della maggioranza alla legge in discussione in Parlamento

Ma perché le opposizioni sostengono che il Governo Renzi avrebbe tradito la volontà popolare? Perché con un emendamento approvato alla Camera è stata modificata una parte del testo relativa all’affidamento della gestione dei servizi idrici, ovvero proprio la materia del primo dei due quesiti referendari sull’acqua del 2011. Questo è il passaggio “incriminato” approvato dai deputati che stabilisce che:

il servizio idrico integrativo sia considerato un servizio pubblico locale di interesse economico generale assicurato alla collettività, che può essere affidato anche in via diretta a società interamente pubbliche in possesso dei requisiti prescritti dall’ordinamento europeo per la gestione in house, comunque partecipate da tutti gli enti locali ricadenti nell’Ato (Ambito territoriale ottimale)

Quello che è stato tolto è il riferimento all’affidamento “in via prioritaria”  disposto “in favore di società interamente pubbliche” che era presente nel testo originale e che faceva sì che la gestione del servizio idrico dovesse essere affidato in via preferenziale agli enti pubblici e alle loro controllate. La modifica però non va a introdurre la privatizzazione dell’acqua, come dicono alcuni, perché l’articolo di legge riguarda unicamente le modalità di distribuzione del bene pubblico e non la sua proprietà. In sostanza l’emendamento PD stabilisce che la gestione e l’erogazione del servizio possa essere affidata anche a società di capitale quotate in borsa e non necessariamente solo a enti di diritto pubblico. Alla domanda se in questo modo l’acqua viene privatizzata e smette di essere considerata un bene pubblico occorre rispondere negativamente: l’acqua rimane un bene pubblico e questo viene scritto a chiare lettere nel testo di legge che introduce, tra le altre cose, il quantitativo minimo vitale gratuito di acqua potabile cui i cittadini hanno diritto anche in caso di morosità (50 litri pro capite al giorno). A poter essere privatizzata invece è la gestione e l’erogazione del servizio (acquedotti, fognature etc). La differenza sta nel fatto che, con l’emendamento approvato ieri, il servizio idrico non è più considerato un servizio pubblico locale privo di rilevanza economica ma come un servizio pubblico locale di interesse economico. Questo secondo alcuni (M5S, Sel, Pippo Civati) introduce la possibilità per il privato di prendere in gestione il servizio per ricavarne profitti, cosa che con il pubblico invece non sarebbe accaduta. Ora la discussione passa in Senato dove il testo potrebbe essere cambiato nuovamente. Per il bene della discussione sul rispetto della volontà popolare, ovvero di quello che gli italiani hanno voluto dire al legislatore nel 2011, sarebbe utile però smettere di parlare di privatizzazione dell’acqua e iniziare a parlare di privatizzazione del servizio. Solo in questo modo si potrà superare il malinteso del referendum “per l’acqua pubblica” e affrontare la questione reale riguardante la gestione del servizio idrico. Nel 2011 gli italiani, con la complicità di una certa disinformazione che ha in un certo senso falsato il significato del quesito referendario, si sono espressi contro la possibilità che il servizio pubblico di rilevanza economica non fosse affidato in via prioritaria a società private. Come abbiamo visto però ora il servizio idrico viene definito servizio pubblico di interesse economico generale il che sembra un modo per cambiare le carte in tavola ed evitare di tradire in maniera esplicita la volontà popolare.