Fact checking

La storia dell’accordo saltato tra PD e M5S

matteo renzi che tempo che fa pd governo

Dietro l’uscita di Matteo Renzi a Che tempo che fa che ieri ha scatenato (si fa per dire) Maurizio Martina c’è la storia di un presunto accordo trovato dal Partito Democratico con il MoVimento 5 Stelle e successivamente fatto saltare.

La storia dell’accordo saltato tra PD e M5S

I retroscena dei giornali partono dalla lettera inviata da Luigi Di Maio al Corriere della Sera in cui il candidato premier del MoVimento 5 Stelle elencava i punti in comune per un programma politico di governo. E la vicenda la racconta il Messaggero:

Da un lato Franceschini e Orlando, accusati dal fronte del no di aver di fatto già incassato l’accordo con i grillini in cambio di qualche poltrona, arrivando a dare false informazioni sullo stato della trattativa perfino al Colle. Per il responsabile dei Beni culturali si tratta di una teoria complottista bell’e buona.

La tesi nella minoranza è opposta: Renzi – sostengono – avrebbe trattato in prima persona, servendosi della mediazione di Minniti, con i grillini fino a concordare, tramite appunto il ministro dell’Interno, i punti della lettera spedita da Di Maio al Corriere sui quali poter poi annunciare le convergenze di governo.

pd trattativa m5s

Due linee contrapposte. La situazione è diventata ingestibile e anche un moderato come Delrio ritiene che sarà difficile trovare un percorso unitario per scongiurare una clamorosa divisione. Il capogruppo tra Martina e Renzi sceglierebbe senza se e senza ma il secondo ma lavora per calmare le truppe. Allo stesso modo Gentiloni, che non intende schierarsi.

Insomma, l’uscita di Renzi è sicuramente servita a chiudere all’ipotesi di governo PD-M5S, ma non si capisce chi abbia contribuito ad aprirla.

La resa dei conti interna

Di certo adesso la direzione programmata per il 3 maggio potrebbe costituire il momento giusto per la resa dei conti interna, anche in vista delle urne che dopo ieri si fanno più vicine a prescindere dalla data. Intanto si scaldano i motori e si costituiscono gli schieramenti: Dario Franceschini si è servito di Twitter per sottolineare come «dalle sue dimissioni Renzi si è trasformato in un signornò, disertando ogni discussione collegiale e smontando quello che il suo partito stava cercando di costruire. Un vero leader rispetta una comunità anche quando non la guida più». Dello stesso tenore l’attacco di Michele Emiliano: «Per ben due volte, a distanza di pochi mesi, il segretario premier del Pd si è dovuto dimettere da tutto. Ciononostante, insiste nel voler riproporre il suo ruolo di leader formale o di fatto senza prendere atto del giudizio degli elettori».

direzione pd
Direzione PD: i conti del Corriere (1 maggio 2018)

Un giudizio critico arriva anche da Andrea Orlando: «Non c’è una linea né condivisa né maggioritaria, non si capisce chi dirige il partito». E anche chi, come Nicola Zingaretti, è solito misurare le parole, non si risparmia: «Se si va in tv, a poche ore dalla direzione, a fare uno show si genera solo caos e confusione. Questo dopo una lunga serie di sconfitte è molto grave».

I contatti tra Renzi e Salvini

Dall’altra parte, spiega oggi Monica Guerzoni sul Corriere della Sera, Matteo Renzi avrebbe aperto un canale di comunicazione con Matteo Salvini prima di procedere con la sua proposta di un governo del presidente che lasci il parlamento libero di riformare la legge elettorale ed eventualmente la Costituzione allo scopo di arrivare a un sistema bipolare in cui si ha la certezza del vincitore e il meccanismo della fiducia non osti alla formazione di un governo dopo le urne.

sondaggio pd m5s
Il sondaggio tra gli elettori PD sull’accordo con il M5S (primo maggio 2018)

Un governo che lavori sulle riforme costituzionali, senza imbarazzi a ragionare di doppio turno e semipresidenzialismo. Renzi ne avrebbe parlato non solo con gli emissari di Berlusconi,ma anche con Salvini. Nei dintorni del giglio magico raccontano che i due «Matteo» si stanno sentendo spesso e scambiando messaggini, Renzi infatti è stato bene attento a non attaccare in tv il leader della Lega.

L’alternativa a questo scenario era l’accordo presunto del Partito Democratico con il MoVimento 5 Stelle, che presumeva l’arrivo di Luigi Di Maio a Palazzo Chigi in cambio di quattro o cinque ministeri di grande peso. Un accordo saltato e che oggi ciascuno all’interno del partito accusa gli altri di averlo voluto. A dimostrazione del fatto che la vittoria ha molti padri in Italia, mentre la sconfitta è sempre orfana.

Leggi sull’argomento: Perché non si può votare a giugno