Economia

L’ultimatum di Giuseppe Conte all’Unione Europea sui soldi per l’emergenza Coronavirus

Entro la fine della prossima settimana il premier pretende «una soluzione adeguata alla grave emergenza che tutti i Paesi stanno vivendo». E ha pienamente ragione, per una volta. Il piano B con Cassa Depositi e Prestiti

giuseppe conte ivo caizzi

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conteun ultimatum di dieci giorni all’Europa: entro la fine della prossima settimana l’Italia pretende «una soluzione adeguata alla grave emergenza che tutti i Paesi stanno vivendo». E ha pienamente ragione, per una volta, come abbiamo spiegato: il governo italiano chiede di mutualizzare in tutta Europa il debito (e quindi i suoi interessi) che gli Stati dovranno per forza fare per affrontare l’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19. Questo perché gli Stati possono sì oggi aumentare ciascuno il proprio debito, ma domani, finita l’emergenza, dovranno ripagarlo e rischiano di dover varare manovre lacrime e sangue per poterlo fare.

L’ultimatum di Giuseppe Conte all’Unione Europea sugli eurobond per l’emergenza Coronavirus

Invece se si emettesse debito europeo attraverso una delle formule che implicano la partecipazione del Fondo Salva Stati e del MES la condivisione del debito nell’intera Europa in primo luogo abbasserebbe gli interessi sullo stesso e in secondo luogo renderebbe più agevole ripagarlo o trattare per dilazioni in caso di estrema necessità. In questa posizione, per una volta logica e cristallina, Conte non è solo. Ieri, raccontano le cronache del summit, per sei ore ha portato avanti l’affondo insieme allo spagnolo Pedro Sanchez. E a chiedere gli Eurobond per reagire alla recessione da Covid-19 c’erano anche Emmanuel Macron, il portoghese Antonio Costa e poi ancora i leader di Irlanda, Lussemburgo, Belgio, Slovenia e Grecia, ovvero il gruppo dei nove autore della dirompente lettera della vigilia con la quale chiedevano di sfatare il tabù dei titoli a dodici stelle. Sull’altro fronte l’austriaco Sebastian Kurz, l’olandese Mark Rutte e gli altri falchi del Nord che vogliono rinviare ogni decisione. Coperti da Angela Merkel. Finisce con un compromesso: entro due settimane arriverà un piano Ue. Ora la lotta si sposterà sui contenuti. Racconta oggi Repubblica:

Conte blocca il summit, rifiuta di dare il via libera alle conclusioni, di fatto un veto, fino a quando non saranno stati fatti passi avanti. Il vertice doveva finire alle sette del pomeriggio, dura fino alle dieci di sera. I nordici cercano di allungare i tempi di una qualsiasi decisione europea senza dare date precise. I mediterranei spingono: entro la prossima settimana. Dopo sei ore di discussioni si trova il compromesso che recita così: «L’Eurogruppo (i titolari delle Finanze, ndr) entro due settimane porterà le sue proposte tenendo in conto la natura senza precedenti della crisi». I rigoristi insistono per limitare queste idee all’uso del Mes, sul quale hanno sempre l’arma della condizionalità per mettere la mordacchia agli altri. Tanto che Merkel dirà: «Noi preferiamo il Mes». I mediterranei vogliono allargare il mandato dei ministri fino agli Eurobond.

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I due fronti sui soldi dell’Europa per l’emergenza Coronavirus (La Stampa, 27 marzo 2020)

Passa la via di mezzo: non viene citato alcuno strumento e ci si affida al presidente del Consiglio europeo Charles Michel che insieme a von der Leyen, Sassoli, Lagarde e Centeno tra 14 giorni porterà un “Piano Ue per la ripresa”. Cosa ci sarà dentro è tutto da vedere. La battaglia prosegue.

Il piano B dell’Italia con Cassa Depositi e Prestiti

Ma gli ultimatum servono a qualcosa se poi vengono rispettati. Ovvero, in questo caso, se ci saranno conseguenze vere e, soprattutto, se l’Italia ha un piano B nel caso che l’Europa dovesse continuare con la sua infantile miopia anche di fronte a un evento epocale come questo. La Stampa racconta oggi che di fronte alle resistenze dei partner Ue, mentre seguiva il filo di un discorso duro e angosciato, ha minacciato: «Tenetevi i soliti aiuti». «Faremo da soli, spenderemo quanto serve» ha rilanciato Luigi Di Maio. Ma che significa fare da soli?

Fonti interne al governo spiegano che i piani sono molteplici, ma con un protagonista in comune: Cassa depositi e prestiti. Nelle ultime ore i contatti tra Cdp, Tesoro, Bankitalia sono continui e frenetici perché c’è da superare una sacca di resistenza tra i funzionari della vecchia guardia di via XX Settembre. La storia è semplice. La Germania ha messo 150 miliardi di maggiore spesa pubblica, il doppio dell’Italia. Non solo: è pronto un pacchetto di circa 400 miliardi di garanzie pubbliche ai prestiti, ai quali si aggiungono i 100 miliardi della Kfw, la banca pubblica che, al netto delle differenze di costituzione (non ha in pancia il risparmio postale dei cittadini), è la Cdp dei tedeschi. Quello è il modello. Quella anche la cifra. 100 miliardi.

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Il compromesso al ribasso dell’UE sugli eurobond (La Repubblica, 27 marzo 2020)

Ma a oggi è solo un traguardo. Perché nero su bianco il Mef ha messo solo 500 milioni che con la leva finanziaria valgono i 10 miliardi di Cdp. In una catena di garanzie statali che attivano controgaranzie, quelle risorse servono a liberare liquidità. Questi più altri sette di plafond per facilitare l’accesso al credito corrispondono al totale – 17 miliardi – delle misure attivate a sostegno delle imprese da Cdp assieme a Sace Simest. Fatti due semplici conti, il Tesoro dovrebbe mettere venti volte tanto, cioè dieci miliardi di garanzia per ottenere con l’effetto leva i 100 miliardi di controgaranzie della banca controllata dal ministero.

In questa fame di liquidità, Cdp è in grado di offrire tempi più rapidi rispetto ad altri fondi dello Stato, come quello a garanzia delle piccole e medie imprese, appeso alle lungaggini
dei decreti attuativi. Altro strumento di Cdp che stuzzica il governo nella ricerca disperata di fonti di finanziamento del debito, sono i Basket bond, mini-bond di distretto emessi dalle imprese per soddisfare la necessità di finanziamento a medio-lungo termine. Il punto però è sempre lo stesso: basteranno?

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