Economia

Cosa deve fare Tria per convincere l’UE a non aprire la procedura (a parte inginocchiarsi)

Ieri è arrivato il primo ok. Il tempo stringe. Ma il ministro dell’Economia si balocca con le manine

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“If you want to kiss the sky / Better learn how to kneel (on your knees boy!)”, cantavano gli U2 in Mysterious Ways. E chissà se Giovanni Tria sarebbe capace di intonarla (con un tono più basso ma magari più rock) a Bruxelles quando l’Unione Europea deciderà se aprire la procedura di infrazione contro l’Italia, insoddisfatta della Lettera Farlocca che il ministro dell’Economia ha mandato per rispondere “Venerdì!” alla domanda “Che ora è?” della Commissione. Alberto D’Argenio su Repubblica spiega che ieri i capi di gabinetto dei commissari europei hanno dato il via libera unanime alla richiesta di procedura sul debito italiano relativa al 2018.

In sostanza, lo scorso anno il governo gialloverde si è rifiutato di correggere i conti, accusando l’Europa di sbagliare i calcoli, ma ora viene fuori un buco da 7 miliardi. Stesso discorso per il 2019, con un buco da almeno 4 miliardi, il debito in salita al 133,7% del Pil, la crescita piatta e i conti del 2020 lanciati verso un drammatico 3,5% di deficit e 135,2% di debito. Numeri che abbinati a litigiosità e inaffidabilità di Lega e M5S, spingono i dirigenti europei alla procedura, vista come ultimo scudo per evitare una pericolosa crisi finanziaria già a luglio.

La procedura per diventare operativa dovrà essere confermata dai ministri delle Finanze dell’Unione (Ecofin) il 9 luglio. In mezzo una serie di passaggi politici.

Il Tesoro ha solo una settimana per convincere i partner a dare il via libera a una frasetta che potrebbe cambiare tutto: i giochi resteranno aperti solo se in calce al loro rapporto sull’Italia gli Stati membri daranno mandato alla Commissione di «proseguire il dialogo» con il governo Conte. D’altra parte vista la situazione, questa volta nella Commissione nessuno — nemmeno le colombe Juncker e Moscovici — può negoziare al buio, senza un chiaro mandato dei governi e un mandato altrettanto chiaro di Salvini e Di Maio a Conte e Tria. Per convincere i partner a lasciare la finestra aperta, non basteranno le argomentazioni generiche
della lettera inviata venerdì a Bruxelles, incapace di cambiare il corso degli eventi.

L’Italia, insomma, dovrà promettere di mettere in campo una manovra-bis sul 2019 da 3-4 miliardi, un impegno ben più concreto rispetto alla semplice previsione di ricavare qualche risparmio da reddito e quota 100. Così come dovrà mettere nero su bianco la garanzia — e le relative misure — che nel 2020 saranno reperiti i soldi per abbattere il debito: almeno i 23 miliardi previsti dalle clausole sull’Iva.

Rispetto allo scorso autunno, dunque, il tempo stringe. Non mesi, ma pochi giorni per negoziare e per di più in un clima di crescente sfiducia generato dal quadro politico italiano, dalle sparate continue di Salvini e dal fatto che il governo non ha mantenuto le promesse solenni prese da Conte e Tria a dicembre per evitare una analoga procedura. Senza un accordo, il 26 giugno la Commissione pubblicherà le nuove raccomandazioni per l’Italia, ovvero i testi con i target di risanamento pluriennali che vincoleranno Roma almeno fino al 2024, pena sanzioni pecuniarie e congelamento dei fondi europei.

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