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Marco Travaglio spiega la condanna per gli articoli su Tiziano Renzi

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Ieri Matteo Renzi ha annunciato che il padre Tiziano ha vinto una causa civile per diffamazione nei confronti del Fatto Quotidiano, di Marco Travaglio e di una giornalista (gli eventuali responsabili tenuti a rifondere i danni in caso di condanna sono editore, direttore e autore dell’articolo). Il Fatto Quotidiano online ha precisato che il giornale è stato assolto per altri due articoli, ritenuti non diffamatori. Oggi Travaglio racconta i dettagli della condanna e fa alcune osservazioni interessanti sul reato di diffamazione a mezzo stampa e sui potenziali pericoli per i giornalisti:

Il signore in questione ci aveva intentato una causa da 300mila euro per sei articoli usciti fra il 2015 e il 2016: il giudice gli ha dato torto per quattro articoli e ragione per un titolo (a un articolo ritenuto corretto) e due parole contenute in due miei commenti (per il resto ritenuti corretti). E ha stabilito che il titolo e le mie due parole valgono 30 mila euro ciascuno, più 5 mila di riparazione pecuniaria.

Il titolo da 30 mila euro è “Banca Etruria, papà Renzi e Rosi. La coop degli affari adesso è nel mirino dei pm”. Riguarda le indagini (vere) sulla coop Castelnuovese, che ovviamente faceva affari, era stata appena perquisita e faceva capo all’ex presidente di Etruria Lorenzo Rosi, in affari con Luigi Dagostino, a sua volta in affari con papà Renzi (che non era indagato, e infatti il titolo si guardava bene dall’affermarlo). Tutto vero, eppure ci tocca pagare 30 milaeuro. Le mie due paroline da 30 mila euro ciascuna sono “bancarotta”e“affarucci”. In quel momento Tiziano Renzi era indagato a Genova per la bancarotta di una sua società poi fallita, la Chil Post.

tiziano renzi causa marco travaglio

Queste le motivazioni della condanna secondo Travaglio, che dice che la sentenza fa il paio con quella che l’ha condannato a pagare 150mila euro di danni a tre giudici:

Il crac c’era, la condanna di Renzi sr per bancarotta no: e infatti non ho mai scritto che avesse commesso quel reato, ma semplicemente che era coinvolto nella bancarotta di una società di cui era stato proprietario (e dove aveva assunto Matteo). Si potrà dire che il termine era “atecnico”, come si conviene a un articolo di pura satira (il titolo era “I babboccioni”, per dire il tono), non a una sentenza o a una cronaca giudiziaria. Invece il giudice ci vede una diffamazione da 30 mila euro.

L’altra costosissima parola proibita è “affarucci”. Anche qui tutto vero, e pure preciso: come avevamo scritto spesso nelle pagine di cronaca, insieme a gran parte della stampa italiana, il massone Valeriano Mureddu e babbo Tiziano sono vicini di casa a Rignano sull’Arno e il primo acquistò un terreno dal secondo. Un affaruccio, appunto. Che c’è di diffamatorio? Che –scrive la giudice – “in nessuna parte d el l ’articolo sia spiegato quali sarebbero tali ‘affarucci’”. Cioè: i due hanno concluso un affaruccio, raccontato piùvolte sul F at t o e dimostrato per tabulas allagiudice. Maèdiffamazione lo stesso, perché lei avrebbe scritto l’articolo diversamente da come l’ho scritto io: altri 30 mila euro. Totale: 90+5 e un bacio sopra. Per un titolo e due articoli che non contengono fatti falsi e che riscriverei uguali altre cento volte. E sapete il perché di quella cifra spropositata? Per “la posizione sociale del soggetto diffamato (padre del Presidente del Consiglio, politico e imprenditore)”.

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Travaglio dice che “a botte di sentenze come queste, un piccolo giornale libero come il Fatto non può reggere: ancora un paio di mazzate come queste e si chiude”. E conclude:

O la classe politica mette finalmente mano a una seria riforma della diffamazione a mezzo stampa, dando valore alle rettifiche e alle smentite, imponendo cauzioni contro le liti temerarie, levandola competenza ai tribunali dove risiedono i denuncianti e soprattutto distinguendo i fatti falsi e gli insulti (che, senza rettifiche e scuse date con evidenza, vanno sanzionati) dalle opinioni critiche e dalle battute satiriche (che devono essere sempre legittime).

Oppure noi smettiamo di scrivere cose vere e di criticare chi lo merita. Ma in questo caso verrebbe meno la ragione stessa del nostro mestiere, almeno per come lo intendiamo noi: quella che nove anni fa ci ha spinti a rischiare i nostri soldi e carriere per fondare un giornale libero,critico e veritiero. Di certo, visto che i soldi non ce li regala nessuno né li troviamo sotto le mattonelle, non possiamo scrivere ogni giorno con la spada di Damocle di risarcimenti pesantissimi sul capo, l’ufficiale giudiziario dietro la porta, la quotidiana busta verde nella buca delle lettere e l’avvocato tascabile che ci controlla le virgole. Certo, potremmo evitare tutto questo facendo come tanti altri: usando la lingua al posto della tastiera. O facendoci scrivere gli articoli da qualche giudice, per dire che chi fa fallire le sue società è un grande imprenditore un po’sfortunato e chi compra terreni con un socio lo fa a sua insaputa. Ma non ne siamo proprio capaci. Piuttosto, preferiamo cambiare mestiere.

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