Economia

Perché Sergio Costa vuole bloccare il TAP?

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Qualche giorno fa la ministra per il Sud Barbara Lezzi aveva manifestato l’intenzione di voler chiudere il cantiere del TAP, il Trans Adriatic Pipeline. Ieri il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha definito “inutile” il tratto conclusivo di un gasdotto di 4000 chilometri (in Italia il TAP è lungo appena 8 km). Il costo complessivo del progetto (che comprende tre gasdotti) oscilla intorno ai 40 miliardi di euro ed attualmente è completato per il 70%. Il ministro ha detto che l’opera verrà “revisionata” come del resto già prevede il contratto di governo Lega-M5S.

Perché Sergio Costa vuole bloccare il TAP?

«Il fascicolo Tap è sul tavolo e lo stiamo già affrontando, con priorità, considerando chiaramente che siamo al terzo giorno di lavoro appena. Il presupposto è che vista la strategia energetica, visti i consumi di gas in calo, quell’opera oggi appare inutile» ha dichiarato Costa a proposito del gasdotto che dovrebbe essere ultimato entro il 2020. Non è chiaro però in che modo le dichiarazioni dei due ministri del governo Conte si tradurranno in azioni concrete. Sul piatto ci sono i 4,5 miliardi di euro investi nel progetto da colossi come l’inglese British Petroleum e l’italiana Snam che dovrebbe prendere in consegna il gas che arriverà in Puglia proveniente dall’Azerbaijan. Il TAP inoltre è solo la parte finale del Corridoio Meridionale del Gas che comprende il South Caucasus Pipeline (SCPX) (che attraversa Azerbaijan, Georgia e Turchia) e il Trans Anatolian Pipeline (TANAP) che dalla Turchia porta il gas estratto nel Mar Caspio fino al confine con la Grecia.

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L’obiettivo del TAP – al quale la Commissione Europea, il Parlamento e il Consiglio hanno assegnato a lo status di  Progetto di Interesse Comune (PCI)– dovrebbe essere quello di consentire la diversificazione dell’approvvigionamento di gas in modo da rendere l’Italia (e l’Europa, visto che il gas in arrivo con il TAP potrà raggiungere l’hub per l’Europa centrale di Baumgarten, in Austria) dalla Russia.

Gazprom, Putin e la guerra del gas

Le motivazioni del governo per l’interruzione dei lavori per la realizzazione del gasdotto sono – nelle dichiarazioni – puramente di ordine “ambientalista”.  Visto che i consumi di gas sono in calo, ha spiegato Costa, l’opera non è più necessaria. Per la Lezzi invece non ha senso investire in un gasdotto quando invece dovremmo puntare sulle energie rinnovabili e sulla decarbonizzazione. Non c’è dubbio però che dal punto di vista diplomatico la mossa possa contribuire a distendere gli animi con la Russia che non ha mai visto di buon occhio il corridoio meridionale del gas e che preferirebbe che l’Europa continuasse a puntare sui collegamenti “diretti” con i giacimenti russi che passano attraverso l’Europa dell’Est.

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In realtà però per stessa ammissione degli investitori del progetto anche il TAP potrebbe risentire dell’intervento di Gazprom, il colosso russo dei combustibili fossili, e l’anno scorso il presidente di Gazprom Alexander Medvedev ha detto chiaramente che qualora i giacimenti azeri non fossero in grado di “riempire” il gasdotto la sua società potrebbe “dare una mano”. E dal momento che l’imboccatura orientale del gasdotto è aperta al miglior offerente ci sarebbe poco da fare per poter tenere fuori un fornitore come Gazprom.

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D’altra parte è noto che la Russia sta cercando altre vie – ad esempio con la costruzione del gasdotto TurkStream sotto il Mar Nero – per far arrivare il suo gas in Europa aggirando l’Ucraina, che dall’inizio della crisi del 2014 rappresenta un ostacolo (in molti sensi) per l’export russo. Un’altra componente del progetto di Gazprom per togliere all’Ucraina i proventi derivanti dai “diritti di passaggio” delle condotte che transitano sul suo territorio è la realizzazione in Nord Europa del gasdotto NorthStream 2. C’è però un problema per chi sostiene che il blocco del TAP è un favore alla Russia. Il primo è che il TurkStream potrebbe allacciarsi proprio al tratto che fornisce il punto di accesso del gasdotto in Grecia. Il secondo è che – stando ad un’inchiesta dell’Espresso – a guadagnarci dal Corridoio Meridionale sarebbero anche oligarchi e uomini d’affare strettamente legati a Putin e al Cremlino. Ecco quindi che una mossa pensata, secondo alcuni,  per avvantaggiare la Russia potrebbe addirittura finire per danneggiarla.

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