Politica

Steve Bannon: chi è l’ex capo dei sovranisti idolatrato da Meloni e Salvini

Nel 2018 profetizzò le nozze tra Lega e M5S. In Italia voleva aprire una scuola di populismo nel monastero di Trisulti, ispirato da quella di Armando Siri. Gli incontri con Salvini al Viminale e l’intervento ad Atreju con Giorgia Meloni, prima della caduta

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Steve Bannon ieri si è dichiarato non colpevole nell’udienza in video nel tribunale di New York che ha fissato per lui una cauzione da cinque milioni di dollari e il divieto di usare aerei e barche per viaggiare senza un permesso del giudice in attesa dell’udienza che si svolgerà il 31 agosto.

Steve Bannon: chi è l’ex idolo dei sovranisti idolatrato da Meloni e Salvini

Ieri l’ex boss di Breibart era stato fermato da agenti federali delle Poste a bordo di uno yacht in Connecticut e arrestato con l’accusa di frode e riciclaggio perché dai fondi raccolti online per l’associazione «We build the Wall» (Costruiamo noi il Muro), che avrebbe dovuto in teoria aiutare il presidente Donald Trump a edificare la barriera davanti al Messico su una serie di terreni privati Bannon avrebbe trasferito almeno un milione di dollari di donazioni a un’altra società da lui controllata, usandone centinaia di migliaia per spese personali. Il gruppo non-profit indagato, di cui Bannon figurava presidente del comitato consultivo, era arrivato a raccogliere 25 milioni di dollari online. La procuratrice del distretto di Southern New York, Audrey Strauss, ha dichiarato che gli arrestati (con Bannon sono stati fermati Brian Kolfage, veterano della guerra in Iraq, dove ha perso le gambe e il braccio destro, Andrew Badolato e Timothy Shea) «hanno truffato centinaia di migliaia di donatori». E proprio ieri Donald Trump lo ha scaricato dichiarando di non sapere nulla del progetto. «Da anni non ho a che fare con Bannon».

Secondo l’accusa Bannon avrebbe trasferito almeno un milione di dollari ad un’altra società da lui controllata, usandone centinaia di migliaia per spese personali ed emettendo fatture false per nascondere le tracce. Kolfage, volto pubblico di «We Build the Wall», assicurava che non avrebbe intascato un penny ma si sarebbe appropriato di 350 mila dollari. Bannon e soci si dicevano impegnati a costruire 4 chilometri di barriera su terreni privati in New Mexico e in Texas. Ma alcuni di quei terreni erano a rischio erosione, secondo gli esperti, perché troppo vicini al Rio Grande. Giusto per non smentire la sua fama, ieri Bannon è stato arrestato a bordo di uno yacht da 28 milioni di dollari, il Lady May, di proprietà del miliardario cinese Guo Wengui, uno degli uomini più ricercati da Pechino per frodi e tangenti. Con lui salgono a sei le persone associate alla campagna 2016 di Trump accusate di reati a livello federale. Oltre all’ex stratega ci sono infatti Roger Stone, Michael Flynn, Rick Gates, Michael Cohen e Paul Manafort.

Quando Bannon era il consigliere preferito di TheDonald

Bannon e Trump si incontrarono nel 2010 e il futuro presidente rimase talmente colpito dalle sue opinioni sulla Cina e sulle politiche commerciali da chiedergli di far parte della sua campagna elettorale. Un compito che Bannon ha svolto con un successo portando Trump alla Casa Bianca, dove si è affermato come una delle voci più importanti, come il ‘padre del Trumpismo’ economico. C’era lui dietro al discorso sulla “carneficina americana” di Trump durante il giuramento, e c’era sempre Bannon dietro alcune delle politiche più controverse del presidente, dal travel ban per i musulmani all’addio all’accordo sul clima di Parigi.

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Poi l’idillio si ruppe: nel 2017 fu defenestrato su suggerimento di Ivanka Trump e Jared Kushner. Come ricorda Il Fatto, secondo la Cnn, Trump era furioso per una recente intervista rilasciata da Bannon a un giornale progressista, The American Prospect. L’ormai ex consigliere strategico aveva contraddetto il suo presidente sulla questione della Corea del Nord, affermando che “non c’è nessuna soluzione militare“. Ad accelerare l’uscita di scena c’erano anche gli incidenti di Charlottesville, in Virginia, per i legami tra Bannon e i suprematisti bianchi protagonisti degli scontri. A mettere a rischio lo stratega c’erano poi i sospetti del presidente sul fatto che ci fosse proprio Bannon dietro la fuga di notizie dalla Casa Bianca. Tutti tasselli che hanno portato il più stretto collaboratore di Trump a dover fare le valigie, complici anche le pressioni di Ivanka e Jared Kushner, a cui Bannon non è mai andato giù.

Steve Bannon e l’Italia

Nel frattempo però lo stratega aveva trovato terreno fertile in un altro paese dove quelli come lui sono generalmente apprezzatissimi: l’Italia. Come ricorda oggi Viviana Mazza sul Corriere della Sera, nel marzo 2018, alla vigilia delle elezioni italiane, nell’attico dell’Hotel Raphael a Roma (quello dove Craxi fu contestato sotto una pioggia di monetine per Tangentopoli), davanti ad una tavolata di dolci per nulla toccati, Bannon profetizzò le nozze tra Lega e Cinque Stelle, salvo poi un anno dopo benedirne il divorzio. In Italia voleva aprire una scuola di populismo nel monastero di Trisulti, ispirato da quella di Armando Siri. Soprattutto pensava alle elezioni europee del 2019. «Sarà un anno straordinario per i populisti», diceva. Il suo progetto era The Movement, una fondazione per connettere i sovranisti europei (e non solo).

Report dedicò all’incontro tra Salvini e Bannon un servizio in cui si raccontava della presenza di  Federico Arata, figlio di Paolo, accusato di aver pagato una mazzetta di 30mila euro al sottosegretario leghista Armando Siri. Nel video i due sono diretti al ministero degli Interni, dove Bannon incontrerà Matteo Salvini per farne il punto di riferimento italiano del suo “The Movement”. Nel servizio, mentre si fa accompagnare al Viminale, l’ex consigliere di Trump istruisce Arata jr: «Intendiamo fornire inchieste, analisi di dati, messaggi dal centro di comando». «Possiamo diventare il partito numero uno in Italia – gli risponde il giovane Federico – E poi dovrete dir loro che dobbiamo pianificare… Pianificare è la parola chiara… la vittoria per le Europee». E poi c’è Giorgia Meloni, ritratta con Steve in occasione dell’intervento dell’ex stratega di Donald Trump ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, nel 2018, in quella circostanza la leader di Fdi annunciò l’adesione del suo partito a “The Movement”, il “movimento populista mondiale” di Bannon. Oggi entrambi non hanno dedicato nemmeno una parola di incoraggiamento nei confronti di Bannon dopo l’arresto. Chissà perché.

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