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Il Superministro Sérgio Moro e la presunta eredità di Giovanni Falcone

sergio moro falcone

La notizia è di quelle da far tremare i polsi. Ieri, durante una delle mie tante peregrinazioni internettiane finisco a leggere la seguente epistola ai colleghi e magistrati brasiliani del nuovo Superministro della Giustizia (ma in realtà facente veci anche di ministro degli Interni) Sérgio Fernando Moro, il giudice-eroe della Lava Jato. L’epistola, divulgata dal giornalista della Rede Globo, Lei Arcoverde, spargeva ringraziamenti a profusione, sottolineando il fatto di essere stata una decisione assai difficile, quella di lasciare la magistratura ed accettare l’incarico di Superministro, ma altrettanto ponderata. E già qui lo scetticismo comincia a farsi largo, ma coraggiosamente decido di andare avanti. Il Nostro continua la propria lettera, mostrandosi uomo tutto d’un pezzo, come spesse volte fatto nel corso della sua già lunga carriera, nonostante la giovane età, dichiarando che in quel di Brasilia (sottinteso: in quel gran verminaio di corrotti e corruttori che è Brasilia), si concentrerà in maniera precipua su come combattere la corruzione e il crimine organizzato, sempre nel rispetto della costituzione, delle leggi e dei diritti fondamentali (e questa è una notizia nella notizia, considerando che in meno di cinque anni di Lava Jato e con accuse al massimo indiziarie è riuscito a fare praticamente fuori mezzo Partido dos Trabalhadores, compreso il suo massimo esponente: Lula).

 

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Il Superministro Sérgio Moro e la presunta eredità di Giovanni Falcone

Ciononostante, la polpa della letterina di Moro ai colleghi, che poi, ovviamente, era destinata ad una lettura universale, è ben altra: il riferimento a Giovanni Falcone. Scrive Sérgio Fernando Moro, riferendosi al giorno in cui accettò l’incarico di Superministro della Giustizia (e, di fatto, pure degli Interni) su invito del neo-presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che, giusto per capirci, non è proprio Claudio Martelli, ma passiamo oltre: “Mi ricordai del giudice Falcone, molto migliore di me, che dopo avere perseguito con successo Cosa Nostra, decise di passare da Roma a Palermo, lasciò la toga e assunse l’incarico di Direttore degli Affari Penali presso il Ministero della Giustizia, dove fece la differenza, ancorché nel poco tempo che vi rimase”. Sulla base di cosa Moro si compari a Giovanni Falcone resta veramente un mistero. Tra le ipotesi in campo: a) è stato mal consigliato da qualcuno che conosce la più recente storia d’Italia come io conosco la storia dell’Uganda, b) è stato tradito da un’errata traduzione di Google Traduttore, c) la storia d’Italia gliel’hanno riferita più o meno correttamente, ma siccome il Nostro è dotato di un ego smisurato ha pensato bene che il paragone tra lui e Giovanni Falcone reggesse.

giovanni falcone francesca morvillo

Purtroppo per Moro, però, il paragone fa acqua da tutte le parti. È senz’altro vero che Falcone perseguì con successo Cosa Nostra, avendo egli, unitamente agli altri componenti del pool antimafia di Palermo, istruito il più grande processo di mafia della storia: il Maxiprocesso, appunto. Tuttavia, Falcone attirò su di sé più invidie, calunnie e veleni di ogni tipo che non riconoscimenti o celebrazioni in pubblica piazza, come è prassi per Moro. Ancora, la decisione di lasciare la toga non fu una decisione tra le tante, ma, come dichiarato dallo stesso Falcone, il solo modo che aveva per poter continuare ad occuparsi di mafia e non di furti di motorini o scippi, che erano le sole cose a cui “il capo”, Giammanco, gli permetteva di dedicarsi. Abbandonare la magistratura non fu, dunque, uno stratagemma per aprirsi un varco nella politica o per raggiungere il massimo incarico previsto nel sistema di giustizia del proprio Paese, ma una scelta estremamente dolorosa dettata da extrema ratio e dalla consapevolezza che gli anni del pool erano tramontati per sempre. Al contrario di Sérgio Moro, inoltre, Giovanni Falcone, assai sapientemente, stralciò dal Maxiprocesso proprio le posizioni politiche, conscio del fatto che poteva essere controproducente ai fini del riconoscimento integrale della tesi dell’accusa nei vari gradi di giudizio. Questo perché un magistrato non solo deve essere onesto, ma anche deve apparire onesto. Vi fu addirittura chi accusò Falcone, in maniera del tutto infondata, di difenderli i politici, tenendo chiuse nei cassetti le carte sui cosiddetti delitti politici palermitani. Last but not least, giova anche ricordare – quanto Falcone fece nel corso di un dibattito al Maurizio Costanzo Show, dove fu preso di mira per avere accettato l’incarico di Direttore degli Affari Penali presso l’allora Ministero di Grazia e Giustizia – che un tale incarico, lungi dall’essere in alcun modo politico, era del tutto tecnico, aperto a chiunque avesse un profilo professionale simile al suo. In altri termini, se la nomina era stata politica, l’incarico che sarebbe andato a svolgere era di natura meramente giurisprudenziale e si sarebbe tradotto nella tanto agognata, ma pure discussa (anche Paolo Borsellino si era mostrato perplesso), Procura Nazionale Antimafia. Adesso, da Giovanni Falcone si passi a Sérgio Moro, alla sua gestione della Lava Jato, al cosiddetto kit della Lava Jato – per usare un’espressione dell’avvocato Rodrigo Tacla Duran, volta a significare l’impianto sostanzialmente politico dell’inchiesta giudiziaria avviata nel 2014 dal giudice di Curitiba – e penso che risulterà chiara l’abissale distanza che separa i due magistrati. Insomma, il Superministro Moro, nonché i suoi numerosissimi vassalli, valvassori e valvassini dovrebbero avere il garbo di lasciare in pace Giovanni Falcone, cercando eventualmente altri modelli a cui ispirarsi. Non è nemmeno così difficile come sembra, basta spostare lo sguardo un po’ più a nord, da Palermo a Milano o, magari, in direzione di Montenero di Bisaccia.

 

Foto di copertina via Instagram

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