Economia

Il reddito di inserimento (REI) nel piano contro la povertà

reddito di inserimento REI

Tra oggi e domani il Senato dovrebbe finalmente approvare il piano contro la povertà di cui si parla dal gennaio scorso e che contiene anche un sostegno chiamato reddito di inserimento (REI). La legge-piano (che diventerà operativa tramite un decreto che il ministero del Lavoro ha avuto tutto il tempo di limare nei mesi scorsi) intende aiutare soprattutto due “sottogruppi” di poveri: le giovani coppie con figli minori e chi perde il lavoro ad età superiori ai 55 anni. Una categoria, quest’ultima, che si è molto ampliata negli ultimi anni e che viene aiutata per la prima volta. Un altro obiettivo qualificante è quello di raggiungere e aiutare tutti i minori poveri, che sono stimati in un milione, e tutte le donne a basso reddito che aspettano figli. Spiega oggi Il Messaggero:

Come saranno distribuiti gli aiuti? Con una card ricaricabile che si chiamerà REI (Reddito di Inserimento) e che dovrebbe assicurare alle famiglie coinvolte 80 euro mensili a componente fino ad un massimo di 400 euro. I fondi però non saranno erogati a pioggia. Saranno i servizi sociali dei Comuni (che per funzionare meglio potranno contare a loro volta su finanziamenti europei collaterali alla legge) a individuare le famiglie in difficoltà, ad assegnare loro un punteggio in base al reddito e al problema che hanno e a gestire la REI con come un sussidio “a perdere” ma come un’opportunità per far uscire dal disagio chi riceve il denaro.
In sostanza, le famiglie aiutate dovranno impegnarsi a mandare i figli a scuola, a farli vaccinare oppure a frequentare corsi o altri canali per reimmettersi nel mercato del lavoro. L’Inps avrà un ruolo nei controlli dei redditi delle famiglie che faranno domanda d’aiuto e nell’elaborazione dei punteggi delle varie categorie coinvolte. I soldi disponibili non potranno risolvere i problemi di tutti i poveri italiani ma lo sforzo economico non è neanche evanescente. La carta REI dovrebbe assorbire 1,5 miliardi l’anno ma la cifra è destinata a salire perché vi saranno dirottati fondi minori e altri denari che non sono stati spesi negli anni scorsi.

poverta assoluta
L’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie secondo ISTAT (La Repubblica, 3 gennaio 2016)

Il problema di fondo già sottolineato in altre occasioni però rimane: lo stanziamento del governo va a toccare soltanto una piccola parte di chi ne avrebbe la necessità. Secondo le stime (ottimistiche) del governo il Reddito di inserimento spetterà a due milioni di italiani, ma a vivere sotto la soglia di povertà attualmente sono 4 milioni e 598mila cittadini, il 7,6% della popolazione, pari a 1,8 milioni di famiglie Prima, la povertà toccava solo alcune parti della nostra società, ora le raggiunge tutte. Ha risparmiato solo i più anziani, i nuclei con capofamiglia sopra i 65 anni. Ma ha travolto le nuove generazioni: lì dove il capofamiglia ha meno di 44 anni è salita in otto anni dal 3,2 all’8,1%; dove ha meno di 34 anni si è impennata dall’1,9 al 10,2%. In quelle case vivono oltre un milione di minorenni per cui ogni mese è a rischio l’accesso ai beni di prima necessità:

Un assegno mensile del valore massimo di 400 euro per famiglia che cerca di uscire dalla logica dell’assistenzialismo, chiedendo ai beneficiari di impegnarsi nella formazione e nella ricerca un impiego, e di far rispettare ai figli gli obblighi di frequenza scolastica. Testato nel 2013 dal governo Letta in dodici grandi città, l’anno scorso la sperimentazione è stata estesa dal governo Renzi sotto l’etichetta di sostegno per l’inclusione attiva, con risorse per 750 milioni. L’esecutivo ora vuole rendere il reddito di inclusione strutturale dal 2017, accelerando l’iter della delega in Senato o agendo con un decreto. Lo stanziamento già nero su bianco di oltre un miliardo permetterà di allargare la platea dei beneficiari.
Nel 2016 l’assegno, 80 euro al mese per ogni componente della famiglia, doveva raggiungere circa 200 mila nuclei con reddito Isee inferiore ai 3mila euro l’anno, e almeno un figlio minorenne. Fanno poco più di 800 mila individui, di cui la metà under 18. Con le risorse extra quei numeri potrebbero salire della metà. Ma non basterà ancora per sostenere tutti i minori in povertà. E tanto meno permetterà di raggiungere l’intera platea delle famiglie in difficoltà. Secondo i calcoli dell’Alleanza contro la povertà, il gruppo di 35 associazioni che per primo ha proposto il reddito universale di inclusione, presente in quasi tutta Europa tranne Italia e Grecia, anche con 1 miliardo e mezzo si coprirebbe solo il 30% dei nuclei. Per renderlo strutturale ci vorrebbero circa 7 miliardi l’anno, lo 0,4% del Pil. Più o meno la distanza che oggi corre tra la spesa pubblica destinata alla lotta contro la povertà in Italia (lo 0,1% del Pil) e la media comunitaria (0,4%).

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